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04/08/14

Bagheria morì d'improvviso

foto di Guido Grassadonio


Cosa resterà di me, del transito terrestre?
Di tutte le impressioni che ho avuto in questa vita…
Franco Battiato, Mesopotamia


Bagheria morì d’improvviso, una mattina d’inverno. Morì in silenzio, così come sempre aveva vissuto, stanca di essere nominata nei telegiornali con la stessa presentazione, fotografata sempre di profilo, vecchietti sullo sfondo a giocare a carte.
Morì che tutti eravamo distratti, accecati da amore o persi ad inseguir lucertole sui muretti di tufo.
A poco servì l’università di Palermo in una delle ville seicentesche. Ancora meno quando si decise di dipingere il centro storico con murales dai colori belli e vivi. La città si spense a poco a poco, con la peste che covava aspettando i topi.

23/04/12

Il figlio del Maresciallo

Questo ricordo, lo vorrei raccontare…
Ma così, si è già spento…non resta quasi niente
Perché lontano, ai miei primi verdi anni sta
Kavafis


fatmanIn tv passavano le improbabili cotonature dei protagonisti di Beverly Hills 90210. Il massimo di tecnologia disponibile era l’agendina elettronica che permetteva di fare le facce degli amici, caricature da pochi pixel per portarsi dietro i numeri di casa. Perché il cellulare era un mattone, privilegio di manager e medici reperibili. In tv passava ancora Batman, l’uomo pipistrello. E il bimbetto e il suo cuore di ciccia adorava le avventure dell’alter ego di Bruce Waine. Superman veniva da un pianeta lontano lontano su una navicella spaziale finita nel Kansas, là dove la Dorothy del Mago di Oz aveva iniziato le sue mirabolanti avventure. Tutti gli altri erano diventati supereroi con un’esplosione atomica o incidenti in laboratorio. No, Bruce s’era messo d’impegno per vendicare i genitori e con dedizione quotidiana era diventato l’Uomo Pipistrello. Perfino l’Uomo Ragno aveva avuto bisogno del morso del ragno radioattivo. Quel bimbetto voleva solo una cosa, mentre in tv passavano i coloratissimi Power Rangers. Voleva indossare per il Carnevale sempre più vicino il costume del suo eroe. Che era più in carne di tutti i coetanei l’aveva sempre saputo. La certezza però arrivò nel negozio di giocattoli. Il costume di Batman era solo per bambini “normali”. La commessa di Disneyland era stata diretta come uno starnuto: li abbiamo solo per bambini NORMALI. L’aveva detto così, tutto in maiuscole. Il cuore del ragazzetto accelerò, se lo sentì in gola. I genitori lo guardarono come se avessero sempre evitato di pensare che quella ciccia fosse attaccata alle ossa del loro picciriddo. Smise d’essere piccolo proprio in quel momento. Se Bruce era diventato Batman a forza di piegamenti e addominali, lui avrebbe detto addio a quella panza che lo ancorava alla terra e non gli faceva spiccare il volo tra i tetti di Bagheria. Iniziò così l’inutile tour di nutrizionisti e dietologici.

12/03/12

Trent'anni di sano orgoglio terrone. Pantacalze da neve a parte!

Eccomi al giro di boa dei fatidici 30 anni. Qui in questa città che giorno dopo giorno è diventata la mia casa. Come dice un'altra illuminata neo-milanese “le radici le senti più forti quando lasci la tua terra”. Mesi vissuti come sempre schiacciando a tavoletta sull'acceleratore questi ultimi che ci separano dalla scorsa puntata.

Progetto dopo progetto, proprio un paio di giorni fa ho firmato il contratto che mi legherà per un altro anno alla città della Madonnina. Già la certezza semestrale era stata un passo avanti, ora si fa sul serio. Un anno intero. Posso finalmente prenotare con generoso anticipo i biglietti aerei per tornare a Bagheria. Sarà che come dice il Professor Monti “il posto fisso non esiste più”. E chi l'ha mai voluto. È vero, il paradigma del lavoro assicurato dalla culla alla tomba ha creato mostri come Fantozzi. Ma tra un caffè e una sigaretta fumata nelle troppe poche pause che la Lombardia concede, ho avuto modo di confrontarmi con i miei coetanei cresciuti ad altre latitudini. Uno spaccato completo del Belpaese. Nessuno vuole il posto fisso, basterebbe soltanto lo stipendio assicurato! A guardare i ragazzi che dividono con me le stanze del nostro ostello di lusso, il mondo sarà dominato da infermieri e ingegneri gestionali e informatici. Tutti qui, pronti a inamidarsi camicie e calzini spargendo curricula.

20/12/11

Diario Milanese. Tentacoli e cornetti

milano
Mi volto e mi rivolto
, è mai possibile che sia diventato anch’io cieco alle differenze abissali che separano noi bagheresi da questi lombardi? È mai possibile che anch’io inizi a lamentarmi se il bus è in ritardo di soli 8 minuti? Milano giorno dopo giorno ti trasforma in Forrest Gump, corri così tanto che alla fine neanche ti ricordi perché. Tra una giacca da ritirare in lavanderia e il bucato che gela nello stendino ancora prima d’asciugarsi. Poi però arriva l’illuminazione. Ero con la mia Silvia - il dono più grande di questa vita nuova - a combattere il freddo sorseggiando una cioccolata calda in quei locali d’alluminio che vorrebbero ricreare piccole americanate nella città dei Navigli. Stanco per via del nuovo incarico che m’ha privato anche dei sabati e delle domeniche, dimentico che qui i cornetti si chiamano “brioche”. E dire che un amico napoletano m’aveva avvisato. Me lo ricordo ancora, eravamo alla presentazione d’un libro e Paolo mi ricordava il suo primo approccio con questa città tentacolare, capace di farti spiccare il volo o stritolarti per sempre. Paolo arrivava dalla Campania e s’infila in un bar. Da buon partenopeo chiede un cornetto. E il barista gli risponde che d’autunno non hanno gelati. Qui il cornetto è solo quello Algida. Consapevole di questo, da allora in poi nelle rare colazioni che mi concedo nella quotidiana guerra tra lo stipendio e il calendario, variazione negli anni precari del celebre paradosso d’Achille e la Tartaruga, ho sempre ordinato un “cappuccio” e una brioche. Oggi no. Ho chiesto un cornetto per accompagnare la cioccolata. E il cameriere m’ha portato un cono vuoto. Un cono da gelato. Io e la mia Silvia ci siamo visti, lei sempre più bella e pugliese e io sempre più canuto e siciliano. Ci siamo dovuti arrendere. Siamo nella loro città, dobbiamo seguire le loro regole.

05/10/10

Diario milanese: l'imperialismo dilagante in uno scantinato

Ma com’è che cercando lavoro siamo finiti in uno scantinato sotto la faccia tetraedrica di Lenin a sentir il barbuto delirio d’un comunista che in nemmeno due minuti ha ridisegnato il planisfero mettendo le bandierine dell’imperialismo perfino sulle lande di ghiaccio dell’Alaska? Berlusconi vede comunisti dappertutto e i comunisti vedono imperialisti in ogni angolo, aspettando ancora il sole dell’avvenire e la rivoluzione che verrà. La penultima puntata del diario milanese era malinconica, fatta di false ripartenze, cronachistica, senza guizzi. Per ricalibrare Nino s’è messo di buona lena per rimpinzar questa nuova vita.
Ci vuol talento per trovar una cinese comunista che fa proseliti davanti alla Cattolica. Dovevamo presagire già l’armageddon ma Nino, tra un libro di Moni Ovadia e l’altro, ha sempre subito il fascino dell’Oriente, per ricalcare le orme del suo mentore, il buon Woody Allen. E così mentre ero intento a guardare l’offerta formativa nell’atrio della Cattolica mi giro e vedo che la spietata cinesina ha agganciato il mio amico.

Diario milanese: il segreto per sopravvivere in cucina







La città era deserta alla vigilia di Ferragosto, con le luminarie della festa del patrono a ricordarci gli ultimi scampoli d’estate. Io e Nino siamo entrati nell’agenzia di viaggi, un biglietto del treno ci avrebbe portato lontano da Bagheria e dalle sue belle bugie bucate. Chilometro dopo chilometro, ogni regione attraversata è una tacca in più verso la nostra affermazione. Ci sediamo nello scompartimento insieme a un prete peruviano e a un ragazzo di colore che dormirà per tutto il viaggio. A Messina entra una donna dell’Est, Nino aveva pregato con ardore: “non può arrivare una bella russa?” e quel buontempone del vecchio barba bianca uno e trino l’accontentò. Sbagliando solo l’età, invece di tre ventenni russe una sessantenne che pesava quanto tutt’e tre assieme.

12/07/10

Dicotomici Furori, dieci anni dopo

Dodici anni fa scrissi il mio primo racconto lungo, Dicotomici furori.

Fu un successo. Se lo passavano tutti, leggendo tra un'equazione e una pagina di latino quello che a fatica avevo battuto a macchina e illustrato, smanettando su una paleozoica versione di Photoshop. Poi, mentre mi preparavo per gli esami di maturità, gli diedi un seguito: Gocce di vita.

Oggi, alla vigilia della festa per i dieci anni del diploma ho ripreso quei vecchi personaggi e ne è venuto fuori un racconto di quindici pagine, lo trovate qui.

Come scriveva Twain a proposito del suo Tom: i personaggi hanno "un'architettura d'ordine composito". Son partito dai miei vecchi compagni di classe e poi sono andato a mano libera.

Un ringraziamento particolare alla vera Donatella che mi ha sostenuto con la sua curiosità, capitolo dopo capitolo.

29/06/10

I fiori viola

fiori viola

Non ti ho nemmeno scelta, sei apparsa nella mia vita e razionalmente ho deciso che eri quella giusta. Bella, pulita, precisa, preparata. Eri quella perfetta da portare in giro, in palmo di mano, da crescere come compagna. Non troppo diversa dalla sposa indiana che i genitori del maschio scelgono in cambio di mucche e altre regalie.
T’ho visto crescere, prendere la vita di petto, diventar donna. Un Amico, uno di quelli veri, uno di quelli che non scegli ma che tra miliardi di differenze senti davvero come fratello m’ha detto la più grande verità: d’una donna non sono importanti né gli occhi né quello che le riempie la scollatura, l’unica cosa che conta sono gli amici. Sono loro il nostro vero biglietto da visita.

I libri che abbiamo letto, le citazioni che sappiamo snocciolare come grani di rosario son poca cosa. Grettezze, molliche per tentare di ritrovarci. Solo gli amici contano. E quando sei scappata via da noi pensavo d’essere solo. Poi come sempre Ivan era lì, accanto a me nei momenti più bui. C’era mentre i becchini chiudevano con lo stagno la cassa di mio padre, c’era quando la prima ragazzetta m’aveva lacerato il cuore, quello strappo che non passa mai davvero. C’era quando sono scappato di casa, c’era quando sono tornato.
Ma non ero solo. Negli anni, non so proprio perché, una mezza dozzina di persone mi hanno aperto il loro cuore. Siamo diventati veri amici, gli stessi che cercavo da una vita. Sarei pronto a prendermi un intero caricatore in petto per loro. Te l’avevo detto e t’eri pure incazzata: le donne passano, gli amici restano.

Tu mi hai donato Vinicio, io Harry Potter. Hai allargato i miei orizzonti e forse ho fatto lo stesso. C’è stato un momento che mi guardavi piena di stima. Ma l’amore, quello vero, non l’ho mai trovato in mezzo a tutti i tuoi silenzi. Ricordi? Ti dicevo che il motto della tua famiglia potevate prenderlo da quel verso di Pavese che recita “tacere è la nostra virtù”.

M’hai insegnato il colore dei fiori della melanzana, a scegliere la fragola più dolce, a camminare tra le fila delle lattughe. T’ho mentito solo una volta, quando t’ho spergiurato che per te avrei rinunciato alla scrittura.
Lei è l’unica che amo davvero, giorno dopo giorno. È lei l’indice del mio stato di salute. Quando la vita m’intossica scrivo della gran stronzate. E perdo le parole inseguendo ardite metafore che a nulla conducono.

Non ti ho mai tradita. L’ho schivata sta ignominia. Ma ho smesso pure io da un giorno all’altro d’amarti, senza strepiti. Non ho versato mezza lacrima. Quando hai troncato e sei sparita tra la neve mi sono sentito rinascere. E ti conosco abbastanza da sapere che per te è stato lo stesso. È mai possibile che due persone che si sono amate per tanti anni possano giungere a uno stallo che li àncora al regno dei lombrichi invece di fargli spiccare il volo? Dove finiscono tutte le promesse che uno si fa dopo aver fatto l’amore per mezzo decennio? Ho cercato di ricreare l’atmosfera ma non si può. Non si può tornare indietro. Mai.

Ogni scelta ci avvicina o ci scaglia a chilometri di distanza. T’ho salvato dalla solitudine a due. Cosa resta? Un orribile ciotola color glicine presa con rancore, un fumetto che mai nessuno mi regalerà, un libro che non leggerò perché compariresti tu tra le pagine.







Resto da solo, con la professione che ho scelto. Leggo, penso, scrivo. Sempre da solo. Tre azioni che nessuno può svolgere in tandem. A pagina 25 della Storia di Lisey, il bel romanzo di King che m’ha regalato Ivan prima di partire per l’altra faccia della Terra, il protagonista dice che c’è uno spazio che è solo nostro, in cui nessuno può entrare: la terra dei sogni, quando ci addormentiamo entriamo in un universo che è solo per noi. E io che faccio? Cerco d’isolarmi anche da sveglio. T’ho lasciato troppo sola. Ho fallito. T’avevo promesso che non saresti stata mai libera come in un mio abbraccio. Ma per quanto mi sono sforzato quell’abbraccio ti stava soffocando. E lo stesso stavi facendo tu.

Cosa ho imparato? Assolutamente niente. Sbaglierò di nuovo, e sempre platealmente. Ma ora so che non dobbiamo mai riporre la nostra felicità nelle mani degli altri.

Gli altri possono accompagnarci per un pezzo del cammino. Ma alla meta arriveremo sempre soli. O in compagnia di pochi e ottimi amici. Sono quelli che m’hanno fatto risorgere. Sono loro che non tradirò mai. Perché le donne passano e gli Amici restano.

28/06/10

Cerchiobottismi

Non più parole, un gesto: dominerò le citazioni prima di perderne il controllo.
Ormai scrivo sempre più spesso per sfidare i lettori a snidar tutti i referenti e i riferimenti incrociati, beandomi che ancora nessuno li abbia scovati tutti.
Per troppo tempo la vita l’ho subita. L’unica scelta fatta con piena consapevolezza fu mandare all’aria la certezza del dottorato all’università, ancora prima della lode mancata e tutto il resto. E sono circondato da coppie che scoppiano, giunte sul primo gradino del sagrato per tentare di dare un senso al loro stare assieme solo con la benedizione d’un prete. Ho amato molto il libro di Irene Chias, sin dal titolo “Sono ateo e ti amo”. Dovrei ricopiarvi qui la quarta di copertina ma violerei con malcelato tempismo la promessa con cui ho iniziato questo post.

Le coppie scoppiano. Questo è un dato. Scoppiano e scappano, dopo anni di fidanzamento in casa o convivenze sbilenche. Appena si tratta di far sul serio uno dei due s’allontana e lascia che un legame che credeva vitale si sfilacci come il gonnellino di Arianna nel labirinto di Creta. Ma non c’è un Teseo a ritrovar la strada e troppo spesso l’epilogo è l’inevitabile comparsa del minotauro con corna non troppo simboliche.

Gli unici a tradirci siamo noi stessi, che non crediamo più in noi e diamo la colpa di tutto alla crisi, alla precarietà, all’ecomafia, alla pelate di Berlusconi, Bersani e Di Pietro, a Garibaldi, ai piccioni di piazza Duomo, ai calzini che spariscono, alla birra, agli autori dei Simpson che non riescono più a darci stimoli… Insomma, a tutti tranne che a noi.
- Sei cambiata
- Invece tu non cambi mai, non cresci, non ti evolvi…
- Non sai decidere
- Prendi troppe decisioni senza coinvolgermi
- Non sono un pacco da spostare a tuo piacimento
- Perché non mi porti mai con te?


Insomma una quotidiana riscrittura del capolavoro di Elio e le storie tese: “Cara ti amo”.

Nel lavoro? Peggio che andare con una sciarpa del Milan alla festa della tripletta interista. Vogliamo affermarci, saremmo pronti – sulla carta, ben inteso – a spenderci nei lavori più umili. A fare il self-made man ma poi quando ci mettono a far fotocopie ripensiamo con aria trasognata alla laurea incorniciata nel salotto buono della casa natia. Però poi ci pieghiamo, gli ultimi rantoli nella vita professionale e sentimentale e poi ci svenderemo in entrambi gli ambiti.
Facendo scegliere sempre agli altri.

Perché se per capir qualcosa ci abbiamo messo 7 anni, non è una scelta ben meditata. Semplicemente non è una scelta. E' un rantolo d’una lenta agonia.
Determinazione, petto in fuori da far squarciare dai colpi della vita.

28/03/10

Se non si divide il buio/ si tradirà sempre la luce

Gli anni passano e la verità  di questa tavola è sempre più abbagliante: “… Ma alla fine cosa rimane? Solo il banale orrore di due persone che si trovano per caso, si piacciono, si amano… magari pensano che l´amore sia qualcosa di eterno…finché una delle due abbandona l´altra… e scompare…”.

E m'ero ridotto pure a leggere "Gli uomini vengono da Marte e le donne vengono da Venere"! Caverna, abissi, silenzi e altre atroci minchiate... Ch'era meglio succhiare  Tampax usati o fare i gargarismi con il Selg Esse. Le donne passano, gli amici restano. Lo dissi e lo ribadisco. E per chissà quale ragione karmica dopo le mie due tesi di laurea "Neve e Silenzio." e "La luna, la Neve e il Soggetto", lei è sparita proprio tra la neve.



Dylan Dog n. 59, Gente che scompare, colonna sonora "Orfani ora" di Vinicio Capossela

10/03/10

"Meglio una colonscopia di facebook?"

Il vecchio George "Dr. Ross" Clooney tra un bacio farlocco e l'altro alla Canalis trova il tempo pur di far queste superlative comparazioni. Per non lasciar nulla d'intentato ho chiuso per sempre con quell'abisso mangiatempo chiamato Facebook e ho trovato il coraggio d'affrontar la colonscopia.

Tutto ebbe inizio con un occhio rosso, scambiato per congiuntivite, rivelatosi poi una perniciosa e cronica iridociclite. Due anni d'inferno mentre mio padre s'asciugava come un ciocco al sole. Papuzzo, dal mondo della verità, dov'è stato raggiunto subito da Mike Bongiorno, riderà di gusto.

Un occhio rosso e dolorante che è stata solo la premessa a un incubo: non esiste un protocollo univoco per l'iridociclite. Come sempre quando la medicina latita e sconosce l'eziologia va a tentoni, come fa Homer a ogni fusione del nocciolo. Ecco: l'ambarabaciccicò medico per un'infiammazione autoimmune dell'occhio passa inevitabilmente dal sacro orifizio. L'uomo scherza e ride sulla sua più o meno risibile mazza dall'alba dei tempi ma mai e poi mai accetterà di buon cuore la profanazione del suo prezioso pertugio.

E io perché dovrei costituire eccezione?

21/12/09

Il tavolo di Natale



È in edicola il nuovo numero de L'Approfondimento di Bagheria e dintorni, ultimo numero del 2009, l'anno di Baarìa, e dell'emergenza rifiuti, in primo piano il bilancio dei primi tre anni dell'amministrazione Sciortino e un mio racconto: il tavolo di Natale.

Buona lettura.

19/01/09

Tre gocce di zammù (8)

La famiglia Battaglia portava ancora il lutto stretto e di fianco alla persiana e alle sue gelosie verniciate di verde bottiglia c'era la cartolina funebre "per il mio caro figlio" che oramai si leggeva a mala pena. Michele non aveva avuto manco un funerale, che don Calorio irremovibile fu: per i suicidi le porte della sua chiesa erano chiuse. E Don Minico Battaglia aveva stoicamente accettato, con tutto il rispetto che poteva portare alla tonaca del parrino, ma dentro di lui qualcosa si guastò. Smise di mangiare perfino lo sfincione e le sue promesse di oblio fradice di olio, mollica e primosale. A Comala lo sfincione era piatto nazionale, che lo sanno tutti che ogni comunità non ha bisogno di far provincia per cementare le sue abitudini in un alone di sacralità e patriottismo, spesso incomprensibili a chi viene da fuori.

Quando si favoleggiò che la Sicilia sarebbe divenuta la quarantanovesima stella della bandiera americana, fu Don Minico con tutta la sua autorità e la mole dei suoi centoventinove chili a proporre Comala come capitale e lo sfincione come simbolo da far campeggiare sulla bandiera del movimento autonomista. Ai bei tempi tutti gli portavano rispetto e nessuno s'arrischiò a ridergli appresso, che ad uno sfincione in campo giallo e rosso a spodestare la Trinacria mai nessuno aveva nemmeno osato pensare.

05/01/09

Tre gocce di zammù (1)

Dove si narra dell'appettito di Ninuzzo e di due negozi di Comala


«Sangu miu, che stai facendo?» disse la nonna aggiustandosi la vestaglia.
«Guardavo la processione di San Tarcisio dal finestrone... Lo sai che hanno scelto il mio amico Micheluzzu per la volata degli angeli? Se non avessi 'sta panza magari sceglievano pure me».
E la nonna sorrise storta ripensando a quando la buon'anima del nonno s'era arricampato dal fronte che era ridotto a quattr'ossa col pantalone tenuto su con lo spago duro, che solo la guerra ti insegna davvero cos'è il pititto. La fame lo sbranava dall'interno, di notte, quando faceva ancora più male e aveva tanta voglia di addentare qualsiasi cosa che non riusciva nemmeno a chiudere gli occhi. Provava allora con le pagliuzze della seggiola ma niente da fare, le gengive sanguinavano e perdeva un dente dopo l'altro.

Mandò via quell'immagine del marito affamato e ritornò a pettinare il nipotino che aveva una pancia tonda tonda e gli occhi buoni. «Non ti preoccupare, Ninuzzo, questa tutta altezza è».

15/12/08

Cucuzze e altre Pazzità

Il mio racconto Cucuzze è stato selezionato, editato e pubblicato nell'antologia di esordienti palermitani Pazzità della Navarra Editore. Qui maggiori dettagli.

02/04/08

Strenne primaverili nel sogno del babbaluci degenerato



La primavera tarda ad arrivare ma ugualmente il curatore di questo spazio vi pensa e  vi regala due dicotomiche novità:


  • Le prime due puntate de La degenerazione del calcagnolo, un audio-web-feuilletton: (1) (2)

  • L'ebook Il sogno dei babbaluci, che recita come sottotitolo "caponate adolescenziali"




Buone letture...

18/10/07

I pupi di zuccaro



[Questo racconto è stato già pubblicato sotto lo pseudonimo Enea Sperandeo nel sito della scrittrice e traduttrice Gaja Cenciarelli.
Lo ripropongo qui. tp] 


“Eravamo morti e potevamo respirare”.
Aveva trovato questo verso tra le poesie di Paul Celan e l'aveva usato per smerigliare i suoi ricordi. Si gustava la piccola morte che segue l'appagamento - Insieme, da uno ritornare due con il ponticello di carne che si spegne. Ci sgonfiamo, sudati, innamorati, ci siamo letti a vicenda, prigionieri di Monsieur Le Songe.
Era lì, sudato, perduto negli occhi di chi credeva di amare riamato e pensava a una sola cosa, al tavolo di sua madre.

Sua madre aveva trasformato la tredicesima del 1987 in un tavolo per 18 persone. Suo padre l'aveva bollata come l'ultima delle tante follie della moglie, con quella tredicesima potevano fare un viaggio, comprare un nuovo televisore, ritappezzare i divani.
No, sua madre l'aveva trasformato in legno di noce, un ripiano tanto grande che ci si poteva giocare a calcio. L'aveva fatto perché era questa la differenza tra sua madre e suo padre, suo padre si ancorava alla solidità degli investimenti a lungo termine fatti di acronimi duri e sicuri, sua madre invece voleva rimpinzare la casa di oggetti che trasudassero amore. E quel tavolo stillava amore per tutta la famiglia, dopo decenni di tavoli e tavolini per i bambini, finalmente l'intero clan poteva mangiare nello stesso desco.

07/05/07

Spinnando la salvezza di un corrimano

Testa di minchia era e testa di minchia sarebbe morto, intossicato di fallaci speranze, con la chimera del saper scrivere a tenergli alta l'autostima. Dicono che la fine è sempre un buon punto di partenza, e allora incominciamo da lì. Da quando arrivarono nella sua vita lo sconforto e il dubbio. Mai conosciuti prima, nelle cicliche depressioni ereditate dalla madre quelle due tetre compari non le aveva mai assaggiate.



E ora se le sentiva addosso, stravaccato dal divano al letto, certo d'essere buono a prendere decisioni sbagliate, un talento innato per le gigantesche cazzate che lo accomunavano a tutta la generazione tirata su a Simpson e precarietà.



Precario... Maledetto aggettivo, rende incerto tutto, ti toglie pure il sapore delle passate speranze: a che serve sperare quando sai che la pensione non la accucchierai mai e che puoi squietare tutti i santi ma per te ci saranno solo lavoretti a progetti e stage gratuiti. Tanto i Padroni hanno tanta di quella carne fresca con cui rimpiazzarti che non gliene frega niente a nessuno se hai letto Horcynus Orca, se hai decodificato le poesie inedite di Paul Celan o se hai letto tutti e settantaquattro i libri della bibbia, devi piegarti alle scelte che questo mondo ha fatto, con cuor di cicala goderti il fugace passaggio di una banconota da cinquanta euro, che volerà presto lasciandoti spinnare quell'ultimo fumetto, buono solo a masticare la facile morale dei fumetti della Marvel.



A poco servono gli occhi chiari della felicità quando credi di aver sciupato i tuoi sogni, insieme a quello shampoo che cerca di scrostarti la forfora e i rimpianti dalla testa. Spinnare, bella parola, sicilianissima, se fosse folle e sincero come Heidegger si comprerebbe un dizionario etimologico e si perderebbe nelle storie delle parole e invece stava lì a rimuginare le false attese, col cuore perso nel sua terribile quiete della non speranza. Spinnare: desiderare ardentemente come l'uccellino di primo volo quel coraggio di andar via dal nido con penne nuove in cieli da esplorare.



Quando nasci nel Sud o ti pieghi alle logiche irrazionali o ti aggrappi ostinato alla speranza, persa quest'ultima, l'unica cosa che poteva fare era vivacchiare nella sua stanza, masticando rabbia e rancore, freddo e grigio come un anno bisestile, come una metafora inutile, come un cane che sogna la carezza di un padrone che non c'è.




1 - continua

05/03/07

Il mignolo storto del nonno (2004)

mignoloHo iniziato a scrivere per ritrovare mio nonno.

Io non l'ho mai conosciuto, la sua faccia l'ho vista sulla foto che c'è sul pianoforte e sulla lapide al cimitero comunale. Il resto l'ho messo assieme cucendo i pezzi di storie che ogni tanto galleggiano tra le parole che la mamma e le zie si scambiano alla fine del pranzo di Natale. Io sto lì, in un angolo, fumo una sigaretta scroccata a mia zia Franca e ascolto. Lo faccio da quando avevo otto anni. Prima preferivo passare il dopo pranzo attaccato al Nintendo per ammazzare i funghi e le tartarughe di Super Mario.



Ora ho ventidue anni, quattordici pranzi di Natale dopo voglio che mio nonno si incarni in un ricordo che sia solo mio. I miei nonni si sono sposati nel '46, un anno dopo erano già in tre: mia madre ha la mia stessa faccia e i boccoli nella foto che la ritrae insieme ai genitori in una festa del paese degli anni '50. Mio nonno è alto, sovrasta mia madre e ha un bel cappello sui capelli quasi grigi. Navigava ancora: il nonno ha solcato tutti i mari del mondo, si guadagnava lo stipendio e il viaggio riparando il motore e poi felice saliva sul ponte a vedere i tramonti che si incastravano sulla coda dei delfini. Se ne stava lì a fumare soddisfatto con le unghia nere di grasso lubrificante e con in bocca una delle sue sigarette egiziane. Stava lì, a pensare alle sue quattro belle figlie.



Come si sono conosciuti i miei nonni proprio non lo so. Forse a una festa o passeggiando sui marciapiedi del Corso. So solo che la Seconda Guerra Mondiale si è portata via il fratello di mia nonna, disperso in Russia nell’inverno dei suoi 18 anni.



Sì, aveva 18 anni ed era capoclasse al Liceo Classico. Hanno provato a farlo restare, gli avevano detto di tagliarsi un dito… Piangendo è salito sul treno ed è andato a morire con tutte e dieci le dita, con la certezza che nessuno lo avrebbe chiamato mai "disertore". È morto assiderato: la voglia di tornare da sua madre e da sua sorella nella sua bella casa del Corso Umberto I non è bastata a riscaldarlo.

In mezzo alla neve, con i piedi ghiacciati, la retorica del "Dulce et decorum est pro patria mori" non serve a molto.



Ora è su una lapide, sulla facciata del Municipio, insieme agli altri che, dicono, furono "fulmini scagliati contro l’orda nemica". Mio nonno non ci credeva a tutte quelle panzane, ne sono sicuro. Lui non si è tagliato nessun dito ma ha preferito fuggire, si è nascosto in una villa di un'amica di famiglia a Roma. Si è nascosto nel solaio, in una stanzetta celata dietro un armadio. E' rimasto lì con altri due suoi amici e ha aspettato. Forse scriveva i suoi ricordi e le sue lettere d'amore. Di sicuro in quell'attesa perse più di quindici chili. Ritornò dopo la fine della guerra che era ridotto a quattr'ossa infilate in un vestito blu.



Fu allora che decise che non avrebbe patito più la fame. Smise di navigare e aprì un'officina meccanica. Divenne mastro tornitore e venivano sin da Palermo frotte di donne che gli chiedevano di scegliere il loro figlio come apprendista. L'officina andava bene, con i guadagni il nonno decise di comprare una casa nel corso e per far fede alla sua promessa scelse la casa incastrata tra un ristorante e un emporio. Scendeva spesso a comprare dolci e pezzi di rosticceria. Soprattutto quando non gli piaceva aspettare che mia nonna finisse di spettegolare prima di calare la pasta. Con i regali che aveva portato dai suoi viaggi mia zia Franca ha riempito il suo studio di medico.



Ci sono tappeti persiani, cammelli intagliati, vecchie confezioni di sigarette egiziane e poi la cosa che mi ha sempre affascinato: un fez. Dicono che mio nonno lo usasse come cappello da camera. Forse era il suo cappello dei pensieri, l'ho indossato anch'io qualche volta. Abbiamo la stessa circonferenza cranica. Mi piace pensarlo felice, con le ciabatte e il fez, seduto sulla sua poltrona a leggere il "Giornale di Sicilia" o il "Nuovo Paese".



Quando chiedo qualcosa a mia madre, lei mi risponde che mio nonno era una persona eccezionale. Ne parla come se fosse un gigante scivolato fuori dalle pagine di miti dimenticati. E' il suo Ulisse. Lo vedo nei suoi occhi e nel suo naso. Nel suo mignolo un po' storto, nelle sue sopracciglia ancora nere sotto quel ciuffo bianco come un foglio vuoto.



Quel mignolo storto ce l'ho anch'io.

01/03/07

Il senso delle nuvole

Riceviamo e pubblichiamo da Alessandro Carbone di www.readingcircus.it



Mi fregio di appalarvi con una iniziativa personale alla quale spero presenzierete



reading circus"IL SENSO DELLE NUVOLE"



DOMENICA 11 Marzo


ore 22

al BEBA DO SAMBA

Via dei Messapi 8 (San Lorenzo, Roma)



A volte le storie prendono forme diverse, i personaggi, gli ambienti, le situazioni vivono cambiamenti improvvisi, senza una precisa direzione.

7 storie per 7 cieli, 7 nuovi racconti di Alessandro Carbone che fotografano la vita quotidiana, quella fatta di piccoli tradimenti, di mattinate lente, di incomprensioni o semplicemente la vita di persone che hanno avuto anche solo per un attimo la testa tra le nuvole.








Le letture sono accompagnate dalle improvvisazioni musicali di Stefano Lenci (piano), Fabio Maglione (batteria), Leonardo Spinedi (violino) e Lucio Villani (contrabbasso).