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17/05/09

Mettendo assieme parole



Leggevo l'introduzione all'ultima raccolta di racconti di Stephen King, unico sfizio che mi concedo tra quei libri d'alto rango, schierati, impegnati che troppo spesso sono semplici e sterili introduzioni. Dalla prima all'ultima pagina non si trovano altro che premesse che a nulla conducono, dopo aver sciorinato azzardi sintattici e sfilze di coordinate.

King, almeno quello dei tempi d'oro, ha il pregio di narrare schiettamente storie, senza fronzoli e senza orpelli. E ha sulla coscienza più d'un macchiafogli che ha iniziato a scribacchiare per emularlo, coscientemente o del tutto ignaro.

La storia del professore precario di letteratura inglese che sfama i suoi marmocchi coi turni di notte alla lavanderia d'un motel e piazza fortunosamente racconti per riviste che si leggono con una mano sola... Tutto così dannatamente self-made man da risultare talmente costruito ad hoc che potrebbe pure essere vero. Come la scena con cui apre il nuovo libro: sua moglie Tabitha che gli sforbicia via la carta di credito, gesto che molti di noi dovrebbe trovare il coraggio di fare per non vedere al prossimo calendario spuntar toppe variopinte sulle proprie chiappe.

La chiusa è da manuale:
E ora lasciate che mi tolga di mezzo. Ma prima di lasciarci, voglio ringraziarvi per esserci. Scriverei ancora se mi abbandonaste? La risposta è sì. Perché mi sento felice quando le parole si assommano e l'immagine si forma e le persone inventate fanno cose che mi deliziano. Però con te è meglio, Fedele Lettore.
Sempre meglio con te.

Pure a me piace mettere assieme parole.

18/10/07

I pupi di zuccaro



[Questo racconto è stato già pubblicato sotto lo pseudonimo Enea Sperandeo nel sito della scrittrice e traduttrice Gaja Cenciarelli.
Lo ripropongo qui. tp] 


“Eravamo morti e potevamo respirare”.
Aveva trovato questo verso tra le poesie di Paul Celan e l'aveva usato per smerigliare i suoi ricordi. Si gustava la piccola morte che segue l'appagamento - Insieme, da uno ritornare due con il ponticello di carne che si spegne. Ci sgonfiamo, sudati, innamorati, ci siamo letti a vicenda, prigionieri di Monsieur Le Songe.
Era lì, sudato, perduto negli occhi di chi credeva di amare riamato e pensava a una sola cosa, al tavolo di sua madre.

Sua madre aveva trasformato la tredicesima del 1987 in un tavolo per 18 persone. Suo padre l'aveva bollata come l'ultima delle tante follie della moglie, con quella tredicesima potevano fare un viaggio, comprare un nuovo televisore, ritappezzare i divani.
No, sua madre l'aveva trasformato in legno di noce, un ripiano tanto grande che ci si poteva giocare a calcio. L'aveva fatto perché era questa la differenza tra sua madre e suo padre, suo padre si ancorava alla solidità degli investimenti a lungo termine fatti di acronimi duri e sicuri, sua madre invece voleva rimpinzare la casa di oggetti che trasudassero amore. E quel tavolo stillava amore per tutta la famiglia, dopo decenni di tavoli e tavolini per i bambini, finalmente l'intero clan poteva mangiare nello stesso desco.