29/06/10

I fiori viola

fiori viola

Non ti ho nemmeno scelta, sei apparsa nella mia vita e razionalmente ho deciso che eri quella giusta. Bella, pulita, precisa, preparata. Eri quella perfetta da portare in giro, in palmo di mano, da crescere come compagna. Non troppo diversa dalla sposa indiana che i genitori del maschio scelgono in cambio di mucche e altre regalie.
T’ho visto crescere, prendere la vita di petto, diventar donna. Un Amico, uno di quelli veri, uno di quelli che non scegli ma che tra miliardi di differenze senti davvero come fratello m’ha detto la più grande verità: d’una donna non sono importanti né gli occhi né quello che le riempie la scollatura, l’unica cosa che conta sono gli amici. Sono loro il nostro vero biglietto da visita.

I libri che abbiamo letto, le citazioni che sappiamo snocciolare come grani di rosario son poca cosa. Grettezze, molliche per tentare di ritrovarci. Solo gli amici contano. E quando sei scappata via da noi pensavo d’essere solo. Poi come sempre Ivan era lì, accanto a me nei momenti più bui. C’era mentre i becchini chiudevano con lo stagno la cassa di mio padre, c’era quando la prima ragazzetta m’aveva lacerato il cuore, quello strappo che non passa mai davvero. C’era quando sono scappato di casa, c’era quando sono tornato.
Ma non ero solo. Negli anni, non so proprio perché, una mezza dozzina di persone mi hanno aperto il loro cuore. Siamo diventati veri amici, gli stessi che cercavo da una vita. Sarei pronto a prendermi un intero caricatore in petto per loro. Te l’avevo detto e t’eri pure incazzata: le donne passano, gli amici restano.

Tu mi hai donato Vinicio, io Harry Potter. Hai allargato i miei orizzonti e forse ho fatto lo stesso. C’è stato un momento che mi guardavi piena di stima. Ma l’amore, quello vero, non l’ho mai trovato in mezzo a tutti i tuoi silenzi. Ricordi? Ti dicevo che il motto della tua famiglia potevate prenderlo da quel verso di Pavese che recita “tacere è la nostra virtù”.

M’hai insegnato il colore dei fiori della melanzana, a scegliere la fragola più dolce, a camminare tra le fila delle lattughe. T’ho mentito solo una volta, quando t’ho spergiurato che per te avrei rinunciato alla scrittura.
Lei è l’unica che amo davvero, giorno dopo giorno. È lei l’indice del mio stato di salute. Quando la vita m’intossica scrivo della gran stronzate. E perdo le parole inseguendo ardite metafore che a nulla conducono.

Non ti ho mai tradita. L’ho schivata sta ignominia. Ma ho smesso pure io da un giorno all’altro d’amarti, senza strepiti. Non ho versato mezza lacrima. Quando hai troncato e sei sparita tra la neve mi sono sentito rinascere. E ti conosco abbastanza da sapere che per te è stato lo stesso. È mai possibile che due persone che si sono amate per tanti anni possano giungere a uno stallo che li àncora al regno dei lombrichi invece di fargli spiccare il volo? Dove finiscono tutte le promesse che uno si fa dopo aver fatto l’amore per mezzo decennio? Ho cercato di ricreare l’atmosfera ma non si può. Non si può tornare indietro. Mai.

Ogni scelta ci avvicina o ci scaglia a chilometri di distanza. T’ho salvato dalla solitudine a due. Cosa resta? Un orribile ciotola color glicine presa con rancore, un fumetto che mai nessuno mi regalerà, un libro che non leggerò perché compariresti tu tra le pagine.







Resto da solo, con la professione che ho scelto. Leggo, penso, scrivo. Sempre da solo. Tre azioni che nessuno può svolgere in tandem. A pagina 25 della Storia di Lisey, il bel romanzo di King che m’ha regalato Ivan prima di partire per l’altra faccia della Terra, il protagonista dice che c’è uno spazio che è solo nostro, in cui nessuno può entrare: la terra dei sogni, quando ci addormentiamo entriamo in un universo che è solo per noi. E io che faccio? Cerco d’isolarmi anche da sveglio. T’ho lasciato troppo sola. Ho fallito. T’avevo promesso che non saresti stata mai libera come in un mio abbraccio. Ma per quanto mi sono sforzato quell’abbraccio ti stava soffocando. E lo stesso stavi facendo tu.

Cosa ho imparato? Assolutamente niente. Sbaglierò di nuovo, e sempre platealmente. Ma ora so che non dobbiamo mai riporre la nostra felicità nelle mani degli altri.

Gli altri possono accompagnarci per un pezzo del cammino. Ma alla meta arriveremo sempre soli. O in compagnia di pochi e ottimi amici. Sono quelli che m’hanno fatto risorgere. Sono loro che non tradirò mai. Perché le donne passano e gli Amici restano.

28/06/10

Cerchiobottismi

Non più parole, un gesto: dominerò le citazioni prima di perderne il controllo.
Ormai scrivo sempre più spesso per sfidare i lettori a snidar tutti i referenti e i riferimenti incrociati, beandomi che ancora nessuno li abbia scovati tutti.
Per troppo tempo la vita l’ho subita. L’unica scelta fatta con piena consapevolezza fu mandare all’aria la certezza del dottorato all’università, ancora prima della lode mancata e tutto il resto. E sono circondato da coppie che scoppiano, giunte sul primo gradino del sagrato per tentare di dare un senso al loro stare assieme solo con la benedizione d’un prete. Ho amato molto il libro di Irene Chias, sin dal titolo “Sono ateo e ti amo”. Dovrei ricopiarvi qui la quarta di copertina ma violerei con malcelato tempismo la promessa con cui ho iniziato questo post.

Le coppie scoppiano. Questo è un dato. Scoppiano e scappano, dopo anni di fidanzamento in casa o convivenze sbilenche. Appena si tratta di far sul serio uno dei due s’allontana e lascia che un legame che credeva vitale si sfilacci come il gonnellino di Arianna nel labirinto di Creta. Ma non c’è un Teseo a ritrovar la strada e troppo spesso l’epilogo è l’inevitabile comparsa del minotauro con corna non troppo simboliche.

Gli unici a tradirci siamo noi stessi, che non crediamo più in noi e diamo la colpa di tutto alla crisi, alla precarietà, all’ecomafia, alla pelate di Berlusconi, Bersani e Di Pietro, a Garibaldi, ai piccioni di piazza Duomo, ai calzini che spariscono, alla birra, agli autori dei Simpson che non riescono più a darci stimoli… Insomma, a tutti tranne che a noi.
- Sei cambiata
- Invece tu non cambi mai, non cresci, non ti evolvi…
- Non sai decidere
- Prendi troppe decisioni senza coinvolgermi
- Non sono un pacco da spostare a tuo piacimento
- Perché non mi porti mai con te?


Insomma una quotidiana riscrittura del capolavoro di Elio e le storie tese: “Cara ti amo”.

Nel lavoro? Peggio che andare con una sciarpa del Milan alla festa della tripletta interista. Vogliamo affermarci, saremmo pronti – sulla carta, ben inteso – a spenderci nei lavori più umili. A fare il self-made man ma poi quando ci mettono a far fotocopie ripensiamo con aria trasognata alla laurea incorniciata nel salotto buono della casa natia. Però poi ci pieghiamo, gli ultimi rantoli nella vita professionale e sentimentale e poi ci svenderemo in entrambi gli ambiti.
Facendo scegliere sempre agli altri.

Perché se per capir qualcosa ci abbiamo messo 7 anni, non è una scelta ben meditata. Semplicemente non è una scelta. E' un rantolo d’una lenta agonia.
Determinazione, petto in fuori da far squarciare dai colpi della vita.

13/05/10

Bagheresi si nasce

“Che cosa fa un giovane a Palermo? Spera di andarsene. Forse non partirà mai, ma se parte, fin dal primo giorno, pensa di tornare e sa già magari che questo non avverrà mai. Soprattutto se resta, non perdonerà chi è riuscito a partire (o tradire?), sia se avrà successo, sia se fallirà. Palermo è una città con cui è impossibile spezzare il cordone ombelicale.” dalla quarta di copertina di “Siciliani si nasce” di Vittorio Schiraldi.

 Stavo pulendo la libreria di mia zia e in mezzo a polverosi trattati di Anestesia ho trovato questo piccolo romanzo del 1983. L’ho letto in due giorni e mi ci sono specchiato. Una volta un´amica mi scrisse “…mia madre e la mia casa in Sicilia mi paiono certezze incrollabili, immutabili: io posso partire e ritornare e trovarli sempre al loro posto. Ma è chiaro che anche questa è un´illusione” e un altro amico tempo dopo mi confidò in una lunga e bella mail “Ho vissuto alcuni anni in Toscana. Subìto il ritorno in sicilia come un esilio. E lo sono ancora. Si emigra da quali terre?”.

Puntuale arriva la scena di “Nuovo cinema Paradiso”, il capolavoro di Tornatore: Salvatore, il protagonista, è alla stazione e Alfredo che gli dice: “Non tornare, non tornare mai, non scrivere, non pensare a noi”. Sullo sfondo ci sono le ancore. Glielo dice perché lo sa bene: chi si volta indietro è perduto. Il Siciliano è un Orfeo rovesciato: se si volta invece di perdere il suo amore, sarà lui a perdersi tra le braccia della terra amata. Quando sono andato a Montevideo, in Uruguay, a 12mila chilometri da casa, avevo 25 anni e tanti sogni, son tornato e ho trovato tutto cambiato: mio padre, il mio gigante d´un metro e 64 centimetri, l´ho trovato asciugato dal male che poi me l´ha strappato due anni dopo. E le illusioni scoppiano al primo sole, quando capisci che la vita ha una bella dentatura e non perderà tempo a morderti.

Ora sono qui, a Milano, a cercare di concretizzare quei sogni prima che il lievito finisca e mi si affloscino mentre ero occupato a fare altro. Ho visto partire un amico dopo l´altro, col nostro tavolo ottogonale di Mineo´s che si svuotava una sera dopo l´altra. Già qualche anno fa molti l’hanno fatto nell’unico modo possibile: scegliendo facoltà che esistono solo al di là dello Stretto. Sono certo che a molti non gliene fregava un fico secco di Diritto Internazionale… Solo che se uno non parte subito poi rimanda, rimanda e resta (“Parti? Dopo che hai dato le prime materie qui?”, “Ormai all’Università i professori mi conoscono… dopo l’ultima manciata di materie mi specializzo qui, poi vediamo…”).

Sicilia fa rima con fissaria. Son belle bugie bucate quelle che ci propinano intrallazzieri d´ogni risma che utilizzano il servizio civile o le docenze nei corsi regionali come ultima flebile speranza per non perdere i giovani figli di quest´isola triangolare. Perché cambiano dialetti e latitudini ma in ogni gruppo di picciotti ce ne sarà sempre uno che parlerà d´acrobazie sessuali improbabili, ci sarà pure quello che non ha mai smesso di pettinar minchiate per dar un senso a una vita troppo vuota e poi ci sono tutti gli altri, quelli che una mattina si stancano di aspettare che qualcuno s´accorga di loro e che vogliono solo la semplice possibilità di poter dimostrare chi sono e quanto valgono.

Ci sono due poesie di Costantinos Kavafis che offrono due diversi appigli, buoni a rinfocolare le motivazioni di chi resta per sconforto e di chi ce la fa a partire e rimettersi in gioco. Della prima son sufficienti gli ultimi versi. "La città" spazza via ogni debole voglia di partire: "Non troverai altro luogo, non troverai altro mare […]/Perché sciupando la tua vita in questo angolo discreto/ Tu l’hai sciupata in tutta la terra".

L´altra è una delle perle della letteratura mondiale che mette voglia di rimettersi sulla strada, un po´ come avviene ogni volta che rivedi correre Forrest Gump.
Itaca

Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga,
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere,
non sarà questo il genere di incontri
se il pensiero resta alto e un sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo,
ne´ nell´irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se l´anima non te li mette contro.

Devi augurarti che la strada sia lunga.
Che i mattini d´estate siano tanti
quando nei porti - finalmente e con che gioia -
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre
tutta merce fina, anche profumi
penetranti d´ogni sorta; più profumi inebrianti che puoi,
va in molte città egizie
impara una quantità di cose dai dotti.

Sempre devi avere in mente Itaca -
raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull´isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
sulla strada: che cos´altro ti aspetti?

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.

03/05/10

nostalgia del fare

C'era una volta l'ottimismo di muovere le mani attorno al materiale, imparando a togliere «sempre più quel distacco tra ciò che vuoi fare e ciò che fai», come nel primo Calvino torinese (I giovani del Po, 1957-58). O magari il pendolarismo di Ugo Braida, figura-tipo di quegli operai «minori» che ogni mattino arrivano a Torino dalle province piemontesi nel romanzo Gli anni del giudizio (1958) di Arpino. Quel cantare (o scatarrare) nel buio di treni da «baracchini» che si muovevano al passaggio di un Paese in crescita dai campi al «fabbricone», in attesa di quegli altri treni della speranza che stanno per arrivare dal Sud. Parenti ancora sani di quel vizio che sta per insidiare il fegato di un Ottieri all'assalto del suo Donnarumma ((1959) o il cuore di un Volponi eporediese all'incontro del suo Albino Saluggia in Memoriale (1962): prossimi l'uno e l'altro al famoso fascicolo n. 4 del Menabò di Calvino e Vittorini, ma più ancora alla grande parabola dei condizionamenti psicologici e della falsificazione consumistica di ogni valore morale che si profila con Il padrone (1965) di Parise.


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01/05/10

L'agonia del romanzo

...Ad aver subìto un colpo mortale è stata la letteratura nel suo insieme, sostituita dalla paraletteratura da classifica, quella «al polistirolo», «abbozzata», «di plastica», secondo le definizioni di Davide Morganti, intervistato da Pietrangelo Buttafuoco (Il Foglio, 23 aprile). Si è poi esaurito anche il romanzo di genere vero e proprio, che, come avverte, nello stesso servizio, lo scrittore Massimiliano Parente, «deve vedersela con i cazzuti sceneggiatori delle serie televisive». Per Parente è morto, o quasi, persino lo scrittore-scrittore, abbattuto da una nuova categoria, quella dell' «e scrittore»: «giornalista e scrittore», «blogger e scrittore», «opinionista e scrittore»...

Paolo Di Stefano, Corriere della Sera, 27/04/2010

Anche i mostri ridono

Ci siamo svegliati una mattina con l´ennesima novità: la rivoluzione del traffico nel centro storico. Dove erano rimaste solo vecchie seggiole con zucchine e broccoli a prendere il sole adesso ci passano centinaia e centinaia di macchine.

Chissà se davvero il Corso chiuso contribuirà al rilancio della nostra città. Adesso piange il cuore a vedere notte dopo notte il Corso in balia di qualche gruppo sparuto di giovinastri che si diverte a insozzarlo con i cartoni lasciati dai negozianti. Sembra una città fantasma. Una città abbandonata e sporca. Il treno di Baarìa passò avanti e si trascinò via il marketing territoriale lasciandoci l´unica cosa che non ci abbandonerà mai: l´emergenza rifiuti. continua a leggere su 90011.it

Varcare una frontiera

«Quello che volevo era semplicemente varcare una frontiera, quale che fosse: non mi premevano lo scopo, il traguardo, la meta, ma il mistico e trascendentale atto in sé di varcare una frontiera».

Ryszard Kapuściński, In viaggio con Erodoto