A 24 anni sono andato dall'altra parte della Terra per scrivere, l'ho fatto imbrigliando i miei sogni prendendoli per le corna. Sono tornato tre mesi dopo e ho ritrovato mio padre reduce da quella che sembrava una semplice ma perniciosa polmonite.
Ho ricominciato a macinare le ultime materie, tutte le storie aggiunte alla fine di un calvario accademico per aver le carte in regola per l'abilitazione all'insegnamento. Sostengo tutti e cinque esami in quattro mesi, arginando un incombente depressione. Alla fine cedo. Il giorno della discussione di laurea quel relatore che credevo amico e maestro decide bene di lavarsi le mani, come aveva fatto il suo illustre collega con la mia migliore amica sei mesi prima.
Capita anche questo: prima ti spingono a coltivar autostima e libertà di giudizio, quella stessa che loro per arrivar dove sono hanno sacrificato. E poi ti sferrano la pugnalata dove fa più male, su quel pezzo di carne in cui l'hai lasciati aggrappare.
Lui che si vantava d'aver messo sul tergicristalli multe-poesie nelle auto in sosta, o sempre pronto a guidar una ruspa per tirar giù quella facoltà orrida e rosa salmone che gli enfia il conto in banca.
Parentesi chiusa. Resto solo, con le spalle al muro. E ad agosto mentre ripassavo sistematicamente tutta la storia e la filosofia, scopro che la scuola per la specializzazione all'insegnamento non sarebbe partita per non creare altro precariato.
Chi non ha provato mai la vera depressione può pure smettere di leggere che non capirà mai che cosa significa trovarsi terrorizzato dalla mitragliata di possibilità che la vita t'offre. Tutte decisioni che devi prendere senza tentennare, solo che aver già scelto con leggerezza una volta t'ha portato a ritornare sui tuoi passi, con una mano davanti e una sul didietro.