01/07/03

Quel che giusto è giusto. Il prof. Mancini merita di essere segnalato. E' un genio. Ama il suo lavoro e riesce a far amare la sua materia. Anche se non capirò mai che cacchio vuol dire una cosa che diceva sempre a lezione: "Se mio nonno avesse le ruote.... sarebbe una carriola". Ok, è una deduzione sbilenca, tipo i vari equilibrismi sintattici di Eutidemo e Dionisidoro nell'Eutidemo platonico, ma se mio nonno avesse le ruote (quindi 2 o più) perché, cribbio, dovrebbe essere una carriola? Le carriole non hanno solo una ruota?


Scusate la digressione ma oggi a Palermo c'erano 35 gradi, ho sostenuto l'esame di Morale e mi sono acchiappato il mio bel 30, lo so, il voto è un feticcio ma i feticci li voglio vedere schierati uno dopo l'altro sulle righe del libretto...


Ci sono incontri che ti segnano, questo è uno di quelli.


Vediamo un pò: 4 esami a settembre e poi gli ultimi 5 per arrivare alla laurea...

30/06/03

Sì, ci sono libri che ti segnano a vita. Lo dicevo qualche post fa. Stavo riflettendo: oltre che macchiafogli e tastiera-dipendente sono anche un lettore famelico e, credetemi, quella panzana di Baricco sul nesso sconfitta-lettura non la digerisco proprio. Chi legge è uno sconfitto dalla vita che rischia solo così, girando pagina per non sporcarsi di gocce di vita. Baggianate! Leggere è immergersi in un mondo fantastico. Oltre il tempo, oltre lo spazio. Prendiamo uno dei frammenti di quei libri che mi hanno macchiato l'anima:


Ragazzo, uno non chiede che carta e vento, ha solo bisogno di lanciare un aquilone. Esce e lo lancia; ed è grido che si alza da lui, e il ragazzo lo porta per le sfere con filo lungo che non si vede, e così la sua fede consuma, celebra la certezza. Ma dopo che farebbe con la certezza? Dopo uno conosce le offese recate al mondo, l’empietà, e la servitù, l’ingiustizia tra gli uomini, e la profanazione della vita terrena contro il genere umano e contro il mondo. Che farebbe allora se avesse pur sempre certezza? Che farebbe? Uno si chiede. Che farei, che farei?


é Elio Vittorini nella sua conversazione in Sicilia. Ora così, sulla scia delle emozioni, lascio qui un racconto sgocciolato troppo tempo fa sulla mia tastiera.


LE 3 PAROLE MAGICHE


Ti capita quella mattina che pizzichi e spizzichi la lente a contatto senza ottenerne collaborazione. Te la spiaccichi contro la pupilla e lei preferisce starsene comodamente appollaiata sul tuo polpastrello. A Tonino era capitata una di quelle mattinate. Alla fine uscì di casa col naso pesante dei suoi vecchi occhiali, le ascelle che rilasciavano piano piano tracce di Axe e la gola ancora zuppa di collutorio. La strada era sempre quella, s'imboccava via Morana e i piedi seguivano quel tragitto troppo noto senza comunicare col cervello. Masticava le sue tre parole magiche e senza neanche accorgersene era già al Liceo. Arrivava ogni giorno con un ritardo variabile, tutto dipendeva da quelle maledette lentine. Oggi aveva sforato di una buona quindicina di minuti, non c'era nessuno a sfumacchiare marlboro sul marciapiede. Aveva perso tutto quello che c'era da perdere, solo le tre parole gli restavano e per questo continuava a ripeterle, per non restare ancora più solo.
Salutava con distacco i suoi compagni, un breve cenno alla professoressa di turno e una scusa farfugliata prima di precipitare dentro quelle sei ore che ti scorrevano lente e distanti. Tutti i concetti che scaccolavano fuori dalle bocche laureate chiedevano almeno un minimo d'attenzione. Tonino restava prigioniero della seconda fila con in testa le tre parole che piroettavano felici. I richiami di questa o quella professoressa lo strappavano via per un solo istante, bastava poco per ritornare lì. Nessuno lo sapeva, pensavano che era un ragazzo strano ma niente di più. Al suo compagno di banco bastava scopiazzare dalla sua versione di latino, ai professori che sapesse vomitare concettismi se interpellato e riempire le colonne di un tema. La campanella della sesta ora aveva assassinato anche quel giorno, Tonino poteva tornare da loro, era a casa. La casa dei suoi genitori non riusciva a sentirla sua, sembrava che quei muri lo tenessero prigioniero, lo soffocavano gocciolando ducotone. Per andare via di lì non bastava la patente o i diciott'anni, quell'angoscia ti avrebbe seguito sino in capo al mondo. C'era solo un modo e lui lo sapeva. Gli bastavano le sue tre parole magiche, solo quelle.
Il pranzo era una farsa, la madre gli chiedeva cose che non le interessavano e lui rispondeva con parole vuote e sorrisini d'occasione. Un giorno o l'altro gli sarebbe andata di traverso la pastasciutta e rantolante, boccheggiando forse avrebbe visto suo padre reagire finalmente a uno stimolo esterno. Poteva finalmente alzarsi dalla tavola e scendere nella sua stanza, si rintanava lì, provava una decina di diverse posizioni e slacciandosi le scarpe sistemava la luce ideale. Iniziava la sua magia e sussurrava le sue tre parole magiche, sull'ultima sillaba entrava in quell'ignoto mondo. Vagava con le orecchie piene di voci sconosciute, schiudendo gli occhi miopi a nuove percezioni. Il cielo aveva nuove sfumature e le nuvole lo cullavano sospirandogli la vecchia magia che aveva afferrato da piccolo. Il tempo lì era strano, qualcosa che passava in secondo piano e certe volte scompariva rapito da una lumaca che lo nascondeva dentro la sua conchiglia. Altre volte un cane nero correva veloce e acchiappava tra i denti bianchi minuti, ore, mesi. Correva lontano e scavava grosse buche in cui faceva sparire i figli del tempo.


"Tonino è tardi! Non devi studiare? Perdi tempo prezioso!" la voce di sua madre lo risucchiava via, lo strappava da quello strano, ignoto mondo per riconsegnarlo alla grigia realtà. Lei aveva dimenticato quell'incantesimo, lei che glielo aveva insegnato!
Tonino non voleva dimenticare e le ripeteva senza fermarsi come le parole di una vecchia canzone che ti s'incollano in testa e non riesci più a scrollartele via. Lui non voleva perdere l'unico accesso, l'unica chiave per quell'universo di luna.
"IO AMO LEGGERE, IO AMO LEGGERE, IO AMO LEGGERE" lo diceva ed era vero. Amava avventurarsi lungo capitoli che graffiavano il cielo del magico mondo della lettura, adorava guadare il fiume d'inchiostro saltando di libro in libro, arrampicarsi su per le virgolette che imprigionavano e le parole di personaggi che si staccavano dal testo e vivevano. Non si sarebbe mai stancato di giocare a rimpiattino con la lumaca e il cane nero dai denti bianchi, li avrebbe cercati e non avrebbe mai svelato il loro segreto. Ancora per molti anni avrebbe assistito in diretta a quel miracolo che si rinnovava giorno dopo giorno, ogni volta che apriva la copertina di un libro e con la bocca traboccante delle sue tre parole magiche avrebbe rivisto quel cielo dove gli aquiloni volavano liberi, volavano senza fili, volavano come lui stesso riusciva a volare.

  Ed ecco il bannerino per linkare i miei dicotomici furori

29/06/03

Ulisse, lumache e cioccolatini


Un Jesù Punk, un rappresentante di articoli per suicidi, tanto buon rock e una grande storia d'amore... by Tonino Pintacuda


Ecco la nona scheggia... Per riprendere il filo qui ci sono le puntate precedenti: Intro (1) (2) (3) (4) (5) (6) (7) (8)


Nono


"Svegliati ragazzo, devo passare l'apirapolvere... Sveglia!" una voce strappò Ulisse dal sonno che era calato sui suoi pensieri. Doveva essere la maschera del teatro, la sala era ancora buia. Di Nicodemo nessuna traccia, anche lui scomparso.
La maschera lo guardava con due piccoli occhietti che sembravano verdi nel fuoco fatuo della lampada che teneva in mano. Le luci si accesero e Ulisse vide la sua faccia tra la barba rossastra che gli copriva le guance. L'aveva già visto, n'era sicuro. Non domandò nulla, s'alzò dalla sedia scotolandosi le briciole di popcorn e gettando nel cestino il bicchiere di coca cola che qualche baciapile gli aveva appeso sul pene.
Osservò i quadri che riempivano le pareti della sala, girasoli, dovunque maledetti girasoli. I girasoli si trascinavano dietro il più strano deja-vù della sua breve vita. Qualcosa che aveva a che fare con la maschera che l'aveva svegliato. Si girò e lo cercò. Inutile, era ancora più solo e Lisa era così lontana. Non trovava più la porta, tutte le pareti erano cieche, nessuna finestrella, nessun abbaino, nessun buco per topi. Solo solidi blocchi di tufo tirati su a cazzuolettate di calce e cemento. Il palco non aveva le quinte e nessuna porta laterale. Era prigioniero di quella stanza e aveva pure fame.
L'avventura continuava e lui era così stanco con in testa la faccia di Lisa che gli urlava aiuto. Doveva schizzare fuori da quella canzone di Battiato prima del ritornello. Di JC poteva anche fare a meno. Non era troppo sicuro di niente ma amava Lisa e Lisa era la sua priorità assoluta. Il resto poteva benissimo aspettare. Non c'erano porte ma da qualche parte sentiva uno spiffero. Non era Mc Giver ma se la sapeva cavare sempre in ogni caso. Guardò tra le fila del teatro, tra le cartacce e i popcorn c'era un rivoletto di coca cola che scendeva verso un piccolo forellino. Staccò la spina d'un portalampada e incominciò a martellare il pavimento. Indiana Jones non avrebbe saputo fare di meglio. Si ritrovò sudato e con la mattonella di marmo appena spizzicata. Doveva trovare una soluzione, non poteva più restare lì. Il telone era attaccato al solaio, s'arrampicò sulla stoffa pesante facendo leva sulla braccia. Arrivò in cima tutto sudato con una tosse piena zeppa di polvere. Trovò una scala e vi s'arrampicò.


C'erano tre sentieri con tutte le corde delle scenografie e con i contrappesi che sembravano tanti impiccati marciti al sole. Sarebbe tornato da Lisa, se lo sentiva. Ripescò nella sua testaccia tutto quello che gli avevano insegnato i film. Quei sacchi di sabbia compaiono spesso nei copioni. O finivano in testa all'antipatico di turno o servivano come spinte ascensionali. Bastava tagliare qualche corda. Aveva solo le unghia e i denti. Rosicchiò come un vecchio topo sdentato sputacchiando canapa e polvere e sudore. Dopo qualche ora e vari tentativi sbagliati, azzeccò la corda giusta e s'aggrappò all'altro capo. Finalmente la sua fatica portò qualche risultato. Un bella vetrata riempiva la parete, una vetrata che aspettava solo di essere violata. Si dondolò sulla corda ululando come un coyote e con un calcio ben assestato si fratturò tre o quattro dita dei piedi. La vetrata era blindata. A Mc Giver ste cose non capitavano mai. Aguzzò l'ingegno mandando a fanculo tutte quelle perle hollywoodiane, meglio fare affidamento solo sul cervello. Sto vetro non poteva essere incastonato direttamente sulla parete, era stato installato successivamente, magari con un bel telaietto d'alluminio con quattro viti parker per lato. L'intuizione era giusta ora ci voleva un coltellino svizzero o un bel piede di porco. Si guardò in giro ancora appeso come un salame a quel mozzicone di corda. Niente d'utile al suo piano di fuga.
Le viti erano state avvitate alla perfezione e lui non aveva niente neanche per allentarle. Ispezionò tutto il perimetro della vetrata e poi decise di riscendere alla ricerca di qualcosa per forzare quella maledetta finestra. Scese ustionandosi le dita spellate dalla corda e nessun'intuizione fece capolino tra i capelli. Si mise a fischiettare quella canzone degli U2, With or without you era la loro canzone. La canticchiò sottovoce con gli occhi chiusi e finì di nuovo tra le sedie scomode e sudate. Alcuni girasoli erano di cartapesta. Finalmente l'epifania che aveva tanto aspettato! Aveva un cugino di sette anni che l'obbligava a sorbirsi tutte le puntate dell'albero azzurro. Quel maledetto uccellaccio spennacchiato ripeteva ogni due minuti di farsi aiutare da un adulto e Ulisse era abbastanza grande da usare una bucafogli e una spillatrice. Il cuginetto gliel'aveva sempre detto, qualche volta Dodò l'avrebbe aiutato. Ed era vero. Colse una decina di girasoli cartapestati e li spogliò sino all'anima di fil di ferro. Stava raccogliendo l'ultimo quando s'accorse che dietro quel campo di fiori c'era una piccola porticina, era proprio lì, dietro un cespuglio di gesso. Era solo una botola di 50 cm per lato ma era la via di fuga ideale. Prese tutti i bicchieri di coca cola con qualche rimasuglio e si innaffiò di bibite per ridurre l'attrito con le pareti del cunicolo. Strisciò come una biscia tra la curiosità unanime degli scarafaggi. Qualcuno ne approfittò per zampettare tra i capelli e sgranocchiarsi qualche granello di forfora. L'attraversata sembrava non finire mai, sinora aveva solo guadagnato merda di topo, ematomi multicolori e lacerazioni multiple e nient'altro. Non poteva neanche fare marcia indietro, sarebbe morto lì pensando a Lisa e senza mutande.


Lisa lo aspettava, doveva tornare da lei, riabbracciarla, perdersi nei suoi baci e fuggire via da quella maledetta Bagheria, da quel maledetto cielo maligno e da quella stupida apatia che cala come mannaia. Sarebbero scappati via a bordo della Renò con il serbatoio pieno oltre misura con la colonna sonora sputata dal mangianastri. Magari quel bastardo del pater di Lisa avrebbe appiccicato le loro foto segnaletiche a ogni casello ma loro ce l'avrebbero fatta. Non potevano fermare i loro sogni, nessuno aveva impedito al capitano Achab di affondare insieme alla sua chimera bianca. Magari avrebbero chiesto un passaggio al biplano di Donald Shimoda o sarebbero planati sui sogni di qualche bimbo che faceva volare il suo spensierato aquilone. Sarebbero stati finalmente felici, Ulisse libero con gli occhi negli occhi di chi ama e Lisa con un sorriso mentre tutti i tubetti di colla del mondo aspettavano nuove rotture. Sarebbero stati felici, felici come non mai a spingere il macigno su quella collina che è già montagna, una montagna sempre più alta e loro a spingere sempre più su, spingere assieme l'eredità di Sisifo. Sisifo che aveva giocato anche la morte, ubriacandola di parole e per qualche tempo nessuno poteva più morire. Giove aveva perfino smesso d'inseguire procaci ninfette, aveva spacchettato la nera signora e aveva regalato a quel furbastro quella punizione che continuava ancora oggi. Come se non dovessimo mai morire, lo diceva sempre a Lisa, come se non dovessi mai più tornare a casa.
Lisa lo stava aiutando e lui si impegnò con tutta la forza di cui era capace e alla fine ci riuscì.


Ulisse era nato un'altra volta, sputato via da quel budello di pensieri. Si girò a guardare quel tunnel: erano solo una trentina di centimetri che s'erano dilatati innaffiati di sconforto.

28/06/03

Siamo arrivati a 6400  visitatori. Grazie a tutti gli allegri ragazzi morti™ . Beccatevi pure un dicotomico sorriso...

Lunedì: ultimo esame della sessione estiva...



Filosofia morale


(Filosofia della Conoscenza e della Comunicazione)


Prof. Sandro Mancini


PROGRAMMA a.a. 2002/2003


Argomento del corso


Dal "sogno di una cosa" alla critica dell'economia politica: la filosofia della prassi di Karl Marx


 


 I Modulo:  Inquadramento critico del pensiero marxiano, enucleazioni delle sue fonti filosofiche, analisi degli scritti giovanili


 II Modulo: I cardini teorici della critica dell'economia politica


 III Modulo: Il primo libro de Il capitale


 Testi


I Modulo


1) K. Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, Einaudi, pagg. 69-188.


2) ID., Per la critica della filosofia del diritto di Hegel, in K. Marx, La questione ebraica, Editori Riuniti, pagg. 91-110.


3) 5) ID., Tesi su Feuerbach.


4) K. Marx - F. Engels, L'ideologia tedesca (Prefazione e Sezione I: Feuerbach, Editori Riuniti, pagg. 3-70. Il testo della prima sezione è stato pubblicato dal medesimo editore, col titolo redazionale La concezione materialistica della storia).


 II Modulo


1) K. Marx, Per la critica dell'economia politica,  Prefazione, Editori Riuniti, pagg. 4-8.


2) ID., Salario, prezzo, profitto, Editori Riuniti, pagg. 6-14, 55-114.


3) ID., Lineamenti fondamentali della critica dell'economia politica (Grundrisse), La Nuova Italia oppure Einaudi. Brani scelti dai quaderni M, I, II, III, IV, VI, VII (Nell'edizione La Nuova Italia: vol. I, pagg. 3-40, 96-120, 223-275, 277-299; vol. II, pagg. 59-94, 387-411, 454-473).


III Modulo


1) K. Marx, Il Capitale, Libro I, Editori Riuniti:


- Prefazione alla I edizione e Poscritto alla II edizione, pagg. 31-45;


- Prima sezione: cap. 1, pagg. 67-115; cap. 2, pagg. 117-125; cap. 3, pagg. 127-177;


- Seconda Sezione: cap. 4, 179-209;


- Terza Sezione: cap. 5, pagg. 211-232;


- Quarta Sezione (intera), pagg. 351-553.


 


Letture introduttive opzionali


Oltre alla lettura del Manifesto del partito comunista, per un primo approccio al pensiero marxiano si consiglia la lettura della Introduzione a Marx di Bedeschi, nella collana arancione "I filosofi" di Laterza. Per un inquadramento più analitico si consiglia la lettura del primo volume della Storia del marxismo, Il marxismo ai tempi di Marx, (in particolare pagg. 5-153: i saggi di Hobsbawm, Mclellan, Vilar, Dobb). 

26/06/03

Fino al 1982 la mafia non esisteva per la legge. Erano stati uccisi a decine tra magistrati, giornalisti, forze dell'ordine e uomini politici. Ma le sentenze, quando e se arrivavano erano sempre uguali: assoluzione per insufficienza di prove.

Dopo la metà degli anni ottanta un piccolo gruppo di magistrati e poliziotti riuscì ad assestare colpi durissimi all'organizzazione criminale, mettendo a punto leggi importanti come quelle sui pentiti e sulla confisca dei patrimoni mafiosi.

Sono morti quasi tutti anche loro per il loro coraggio e la loro determinazione.

Lo Stato risponde con impegno e con durezza, vara la legge che prevede con l'art. 41/bis il carcere duro per i mafiosi. La mafia ancora una volta reagisce con la strategia stragista nel '93.

Da allora fino ad oggi l'Italia della mafia ha vissuto e vive una fase di calma apparente.

E ora, proprio ora, è il momento di porsi interrogativi, di sollevare dubbi e soprattutto è importante non dimenticare.


BLU NOTTE - MISTERI ITALIANI

"La mattanza"
Dai silenzi sulla mafia al silenzio della mafia