21/03/05

la mela bucata (l'epilogo)

Io sono stato sempre pessimista, mi immaginavo che, pure che avevo tirato le ascisse e le ordinate per calcolare al millesimo il punto preciso dove iniziare a scavare, ci saremmo ritrovati sotto il culo rachitico di Padre barbone intento a sganciare le sue caccoline secche secche dentro alla tazza, seduto lì sudato col breviario in mano.

No, i calcoli erano corretti. Finimmo tutti nel cesso delle ragazze, lo avevo riconosciuto da quei cestini speciali che servono solo per buttare gli assorbenti già zuppi di sangue mestruale.

Era uno di quei momenti in cui il tempo si ferma e tu ti trovi lì, ritagliato dal contesto, come se stessi rivedendoti in tempo reale la moviola di quello che ancora devi dire e lo vuoi gridare a tutti che stavolta non avrai paura di poter sbagliare ancora. L'adrenalina ti pulsa sincera in corpo, i fiumi di sudore ci mettono un'eternità a scivolarti via dalla fronte. Li avevo tutti dietro, li sentivo, avevano paura. Paura per quello che avevano sognato sin dalla prima erezione consapevole. Era sempre la solita faccenda, la distanza che seapra i sogni dalla realtà è un pelo di fica su un abisso. Mio padre  me lo diceva a cadenza regolare, puoi schivare perfino una raffica di mitra ma mai e poi mai potrai resistere alle promesse che svolazzano tra le cosce di una fimmina, dopo quella perla concludeva il discorso con un vecchio proverbio: "tira più un pelo di fimmina che i buoi del carro della Madonna della Milicia". I buoi del carro della Madonna del Santuario di Altavilla della Milicia sono 6, muscolosissimi, capaci di spostare i diversi quintali del carro monumentale, l'iperbole era azzeccata come poche.

E ora ne capivo tutta la sua terribile verità. Nelle faccende di sesso siamo tutti indifesi, dove siamo più umani siamo ancora più scoperchiati.

Capimmo solo allora che Francesco Paolo era ancora vergine, come e più di noi. Il dubbio divenen certezza quando l'ultimo di noi, Casimiro Sconzolato, attraversò pure lui la breccia che avevamo aperto nel cesso delle fanciulle.


Quello che avvenne dopo non ve lo posso dire, meglio ancora, non ve lo voglio dire. Perché ci siamo passati tutti, quando per la prima volta ti trovi una donna tra le braccia il cuore ti sta per traboccare fuori dallo sterno, te lo senti martellare giù, giù sino allo scroto.ò Sei tutto un punto interrogativo, il tuo corpo cerca di proteggere quello stesso pisello che non facevi che vantare come capace di sfardare mutande e reticenze. Quando stai per realizzare il film che ti sei sbobinato in testa a ogni segone ti prende una strizza che sale dalla bocca dello stomaco, scoprimmo che, per fortuna, le donne non ce l'hanno l'ansia da prestazione e soprattutto ci restammo come merli svacantati quando ci si presentò davanti la Verità nel mezzo del turbine delle nostre reciproche spacconaggini.

Mentre noi cercavamo di arrivare dalle donne, loro che sono sempre più preparate e sveglie di noi, avevano già trovato il modo di calarsi nel nostro balcone.

C'era da restarci abbagliati da quella situazione, in amore vince chi fugge. Almeno così dicono, quella lunga lunga notte non ci furono vincitori. Alla fine riuscimmo a raggiungere le ragazze e bene o male arrivò pure l'alba che ci trovò con una luce tutta nuova negli occhi.


Di Francesco Paolo sappiamo solo che quella notte qualcosa cambiò pure in lui, gettò via gli scatoloni di materiale porno che aveva accumulato nella sua vecchia vita e incominciò quella nuova chiedendo la mano di Marcella a Padre Barbone, si erano zitati col buono. Padre Barbone si scoprì che organizzava quei ritiri spirituali proprio per dare una mano ai giovani a mettere giudizio in fatto di femmine. Perché era un uomo buono e dalle larghe vedute, sapeva che oramai era anacronistico impedire ai picciotti di sfidare la curiosità e i falsi e ideologici tabù, così preparava la donnine con corsi intensivi e poi le metteva una specie di cintura di castità fatta di rosari intrecciati. Le donne se la sfilavano senza guastare manco una pallina e se la rimettevano. Sono quelle cose che solo loro sanno fare, come sfilarsi e rinfilarsi un reggiseno dalla manica di una t-shirt attillata. E Noi ci avevamo messo una vita solo per capire come sganciare i reggitette...


Non lo so se le cose andarono proprio così, l'oblio mi lecca impietoso i ricordi. E troppo spesso la fantasia cicaleggia sorniona colorando i giorni troppo uguali dell'adolescenza che ora liquidiamo con un sorriso.

20/03/05

come eravamo (la terra del sogno, 1998)

 La seguiva da troppo, troppo tempo per non riconoscerla subito.


La strada era la sua vita, ogni fossa era una delle tante cazzate che aveva frettolosamente ricoperto con la pala dell'oblio.

Il suo scooter tiene testa all'ostile salita, uno sguardo in alto dove le soffici nuvole affondano nell'azzurro.

Accelera e pensa. Rimastica quelle due parole, lo fa in tutti i momenti della sua piatta giornata: CARPE DIEM. Facile dirlo! Strappare anche un solo giorno al tempo che fugge, che cazzata! Lui voleva con tutte le sue forze tirare a sé l'attimo fuggente, non c'era mai riuscito.

Troppo calmo, quel silenzio di ghiaccio lo infastidisce.

Un cancello cigola, nessuno che ci metta un po' d'olio! Terra, terra desolata. Perché continua in questo squallido gioco masochista, smuovere un dolore che sta per sopirsi! La sua giacca di pelle gli pesa sulle spalle, la lascia cadere su una vecchia lapide avvolta dalla gramigna.

In un'altra vita ha vissuto o vivrà quest'incubo, si chinerà, strapperà la gramigna, lo farà per un'intera notte. Inutile, ricrescerà sempre. Non si può sradicare un vecchio dolore.

L'erba bagnata si piega sotto il peso dei suoi stivali, si sente piegare anche lui.

- Tutti dormono sulla collina - fischietta.

Quella canzone. La sua canzone.


Una canzone che ancora deve essere scritta, il suo futuro, quei due occhi. I suoi occhi.

La sua lapide, il suo nome. Non quello della sua amata, il suo. Muore vivendo?

Non sa più quello che dice, vorrebbe lasciarsi sprofondare in quella fossa. Inghiottire terra desolata e dimenticare, bere rugiada e dimenticare. DIMENTICARE I SUOI OCCHI.

Scava, le sue dita urlano ma lui scava. Scava, gratta qualcosa di duro. La bara, martella sulle cerniere, una pietra scheggia il coperchio. È aperta.

Non è lei, non è lui. Soqquadro, una parola che non riesce a digerire.

Alla rinfusa cerca in quel disordine. Tutto quello che ha messo via.

Un po' di rumore, foto che hanno preso polvere, ricordi e rimpianti… una vecchia canzone.

Noi moriamo costantemente, giorno dopo giorno.

Questo è il segreto dell'immortalità, morire e ricominciare.

E lì sotto ci sono anche tutte le pelli che ha mutato, tutti gli sguardi che non ha saputo cogliere, le parole appena sussurrate… gli attimi che sono fuggiti via, per sempre.

"ho eletto l'amore a mio rifugio"

 finisco "Lamento di Portnoy" e torno.

14/03/05

diari tristerrimi (l'ultimo articolo sul mondo dei blog)

Di tutto un blog

di Gianluca Nicoletti



(ttL n. 1454, 12/3/2005)



LA blogosfera italiana si è costruita come un universo piramidale non scalfibile ed elitario. Altro che libertà espressiva e letteratura spontanea. A dettar legge sono qualche decina di fighetti, alcuni ben supportati e vellicati da amici con addentellati old mediatici e quindi ogni loro ruttino diventa sublime espressione di novità, porto ad esempio il partorir neologismi del calibro di "intelluguale" che in un'agape "galattica" è stata sancita come civettuola definizione dell'intellettuale che operi in rete.

Ohimè, in nome dell'intelleguaglianza stiamo ancora all'idolatria del nuovo che è tale perché scribacchiato in rete. Consunti simposi sul significato della scrittura on line appesantiscono i server di bittume superfluo, ipermetropiche compilazioni secernono spossatezza nel loro essere illimitate nello spazio disponibile. Avere limiti tipografici nello scrivere significa allenarsi a comprimere concetti che stimolino all'illimitatezza. Il blog invece si espande verticalmente verso il basso e tende all'indefinito. Un anellide che si riproduce per partenogenesi ogni qualvolta qualcuno ne innesti la testa nel content manager system.

Comunque si sa vien da chiedersi perché alle nostre latitudini essere blogger sia assimilato all'appartenenza ad una compagnia di giro che si rafforza di dibattito in dibattito, ma a volte si assottiglia se qualcuno ce la fa e passa dal codice binario alla vecchia carta inchiostrata. Anche recentemente la supremazia del solito zoccolo duro è stata sancita dal Focus della "Casaleggio Associati" che disegna una blogosfera italiana su cento astri splendenti (sempre gli stessi) che autoalimentano il loro olimpo linkandosi e rilinkandosi a vicenda. Citandosi e track-backandosi moltiplicano le loro perle di saggezza, arguzia e antagonismo tarocco nell'ipercubo multimediale, ma se non ne parla qualche giornalone per eccellenza si ha l'impressione di aver perso tempo.

Il focus però ne vede solo cento. I cento che sopravvivono nei blog roll dei loro adepti in perenne sindrome di Stendhal. Vengono evidenziati quelli più interconnessi tra loro e quindi più visibili perché più citati dagli altri, una sorta di famiglia Auditel cyberfighetta che esprimeun parere omogeneo rassicurante e conservatore. Il suk dei sottoblog, i paria che si devono accontentare di plebee con-directory? Non appaiono nella ricerca. Quelli sono i reietti che nascono e muoiono senza nemmeno un righino da parte di chi "tiene i contatti" con i multiple name, gli anonimus e gli hacker pentiti?

Per loro il destino delle piccole emittenti di fronte al monopolio dei grandi network ci sono, ma senza diritto di parola. Non prendiamoci in giro, anche nell'inframondo resta sempre in piedi lo stesso meccanismo che vale nella vita reale. Non ci scandalizza, ma se essere blogger significa avere tanti link e la spalletta dei preferiti compiacente ai soliti noti, si deduce che anche questo umile esercizio non è per tutti. Si dirà dove è la sorpresa? Nessuna, solo che ci si immaginava qualcosa di più estremo e rivoluzionario, un sistema che avrebbe potuto abbattere le limitazioni spazio temporali, i condizionamenti sociali e culturali insomma la rete poteva essere in questo caso qualcosa di più che un limbo artificiale in attesa di un editore vero.

Escono illustri antologie dei blogger italiani, costoro si fanno vedere anche in giro, molti sono riconoscibili per robusti "sconfinamenti" nella parte oscura della forza e quindi dove è la novità? Forse nelmeccanismo che permette una facile ed immediata pubblicazione, editor intuitivi e alla portata di tutti. Perfetto e bellissimo, ma ancora ci chiediamo cosa

c'è di nuovo? Il link equivale al riconoscimento di chi è del giro, i premietti e i bannerini che certificano i premietti, le intervistine e le scuolette di scrittura sul mestiere di scrivere il web... Insomma il maestrinismo di quelle/i che al liceo prendevano bei voti e stavano ai primi banchi si è impossessato di ogni sregolatezza nella blogosfera.

Se vogliamo cogliere un'altra costante che aleggia sottile in tutto un'accezione saturnina più radicale.

Si guardi il calendario delle bloggers femmine pubblicato on line quest'anno, no quasi nessuna sorride. Per lo più sono assorte, evanescenti, vestite di spleen anche laddove siano spogliate.

Perché mai le signorine palliducce che trasognano fotarelle da risvolto di copertina blasonata non realizzano che tra loro e le veline aspiranti aspiratrici cambia solo il punto di vista. Loro son quelle che si sentono belle dentro, le altre dentro e fuori non fa differenza, per tutte loro l'importante è esser viste. Le une sventoleggiano curvilinee beltà rese ancor più vere dal sintetico fotoritocco le altre affidano al permalink l'eternità del loro diario e denudano anime lacerate in luogo di nature lacerate (... che pur resero celeberrima la melassa di Melissa).

Il blog tipo, se evitiamo quelli di personaggi già noti e fisiologicamente euforici da successo, è un diario tristerrimo dove il logorio del quotidiano distrugge irrimediabilmente la voglia di vivere. Tra lo/la/l? scrivente e il resto del mondo esiste una patina limacciosa che rende catarattico anche il punto di vista di un adolescente. Ho bei ricordi di anni di bloggazione gioiosa, chissà perché oggi mi gira così? Sarà forse un problema solo mio, ma aggiungere all'html editor un tool che secerna Prozac potrebbe aiutare non poco.

Sarà per il fatto che mi sento annichilito dal pullular garrulo di scintillante facondia che sprizza da ogni blog in cui mi capita di zampettare neghittoso alla ricerca di sochè da trasformare in parole piombate.

Molti lo fanno per la sorpresa di chi vive ignorando la rete, e per sua fortuna vive anche benino. Il blogger è anche materia prima di fabbrica editoriale, libri fatti di chat, di sms, e pure di blog.

Facile riempire spazio con veloce cut paste della risulta sollevata dallo tzunami grafomane dei blogger conosciuti. Cannibalizzati per la gloria di "nuovi Cannibali?". Forse è terapeutico, meglio che rodersi il fegato è far la cronachina degli amichetti che spazzolan librerie dal parquet insalivato. E perché no? Qualche personale letturina da consigliare tanto per darmi un tono, quel che vedo alla mattina sfoglicchiando quotidiani, cito i citati, linko i premiati, lecco il fighetto. C'è poi lo sguardo in tv.

Scanalo qua e là, magari dico cose cattive su Sanremo, sfotto le conduttrici, tanto per darmi un tono con aria superiore compatisco tutti.

Mi spreco in metafore. Se avanza spazio un po' di sguardo interiore e tracce minimali di vita uggiosa.

Già allora si che sarei anch'io un vero blogger, spipparolandomi ripiegato su me stesso darei senso alla meraviglia dei bei compitini quotidiani e dei sorridenti battimani.

Già ma sono un cialtrone, scrivo solo per denaro e su commissione.

10/03/05

la mela bucata (4 e 1/2)

  Ci sentivamo come i topazzi che passano le giornate a intingere le code pelose nell'acqua tirchia e fitusa del fiume Oreto. L'attesa era finalmente finita. C'erano due strade, entrambe rischiose. O giocarsi la vita sul cornicione o superare l'ostacolo addentrandoci nel dedalo di viuzze che si snodava sotto la pancia dell'edificio. Nessuno di noi si sentiva di sfidare la legge di gravità, solo Batman e l'uomo ragno si muovevano lievi lievi sui tetti delle rispettive città. Noi preferivamo strisciare. Lo facevamo da una vita.

Sotto il pavimento della cucina c'era una botola che portava dritta in cantina, decidemmo di servircene, dalla cantina poi avremmo risalito il falso pilastro in cui correvano i tubi della fognatura. Non eravamo in America, non c'erano le condutture dell'aria condizionata.



A quell'ora Francesco Paolo aveva già consumato, almeno ci speravamo. Altrimenti ci finiva come nel vecchio proverbio che le nostre madri ci avevano spillato in testa: spesso chi va per fottere ci resta fottuto.

Rivolgemmo un'ultima occhiata a Sant'Ignazio e alla sua ostia gigante e ci calammo nel budello dove si schiantavano tutte le nostre speranze.

Io guidavo il gruppo e coccolavo i miei sogni d'amore. Da sempre mi dondolavo l'idea di regalare l'ingombrante verginità a una ragazza con gli occhi turchini, stavo per farcela. Bruciavo di passione, mi spingevo in quel buio, sempre più dentro al culo del peccato. Se ci avessero scoperto ci avrebbero rinchiuso nella cripta dei cappuccini a Palermo, insieme alla bambina mummificata e alla sua bambola. Sembravamo i Beati Paoli, avvolti nei sacchi meri dell'immondizia per evitare di macchiarci ed impuzzarci i vestiti. Ciccio aveva gli occhi fosforescenti a forza di stare incollato alla playstation, lo usavo come copilota, bastava tenere le braccia alzate e carezzare il tubo della fogna all'incontrario, sino a ciascun cesso. Saremmo sbucati dritti dritti nel cesso delle ragazze. Scavalcando così le telecamere e le bobine di filo spinato strappa-coglioni che Padre Barbone aveva messo in giro per i corridoi.

Continuavamo a salire, uno sull'altro, il falso pilastro era bello largo, di sicuro i vecchi proprietari lo usavano per nasconderci periodicamente qualche parente che aveva delle grane con gli sbirri. Ero stato io a scoprire quel passaggio segreto, cercavo un posto dove ammucciare i giornaletti porno e m'ero imbattuto nella nostra salvezza.

I tubi avevano dei rampini che li tenevano attaccati al muro, li usammo come una scala a pioli e continuammo la nostra salita. Passo dopo passo s'avvicinava la nostra meta.

- Ciccio, passami il mazzuolo. Se ho fatto bene i conti siamo sotto i cessi delle picciridde. Basta sganguliare questo falso telaio e passiamo dalla merda alla fica.



(continua...)

08/03/05

la mela bucata (4)

Restammo tutti alluccuti: cercavamo una fessura per farci strada e Padre Barbone ci aveva aperto nientemeno che un traforo. Non potevamo fallire, per quagliare finalmente con le nostre donzellette dovevamo però far sparire il sergente di ferro, quella Marcella che s'era piazzata nei sogni erotici di Francesco Paolo.

Ci riunimmo nei cessi del terzo piano, lì Francesco Paolo faceva le spugnature a Padre Cosimo che, oltre a puzzare di piscia di tirannosauro, era pure sordo come un'intera fabbrica di campane. Tra una spugnatura e l'altra affilammo il nostro piano. Ciccio Spastico aveva saputo dal prete portinaio che Marcella aveva un piccolo vizietto, le piaceva mettersi una vecchia tonaca come camicia da notte. Il prete portinaio era un vecchio porco, secondo lui quella con le tette grosse aveva qualche fregola particolare per i parrini e la sublimava così, andando a letto con la vecchia tonaca e nient'altro.



Francesco Paolo era sbiellato, se Marcella voleva sfogarsi con un parrino, lui avrebbe preso volentieri più voti della vecchia Democrazia Cristiana. Tutto avrebbe fatto per le promesse calde e bagnate che Marcella teneva incastrate in quell'impeccabile condotta.

Mancavano poche ore e finalmente avremmo consumato quello per cui c'eravamo allenati sin dalla nostra prima erezione.

Io aveva messo gli occhi su Carmelina che era bella, con le guance rosa e gli occhialetti sciddicati sul naso, pareva quella gran gnocca di Nicole Kidman in Eyes Wide Shut, coi capelli attaccati e gli occhialetti tondi.

Avevamo pagato e pregato, ci sentivamo come dovevano sentirsi i crociati prima di maciullare i mori del feroce Saladino. Dio lo voleva. Eravamo eccitati e blasfemi, un coktail micidiale. Padre Barbone doveva aver odorato qualcosa, e non erano le puzze di Padre Cosimo.

Per calmarci ci fece vedere i Simpson che poi bilanciò con dodici puntate di "Settimo Cielo". Ci portò pure una vascazza di gelato che pareva spacchio di toro, e per giunta lo sganciava in stitiche palline sopra dei coni che sapevano di pergamena. Non contento di questo, ogni tre coni si grattava le palle beate con la paletta del gelato. Vomitammo tutti, pure Marcella che trovò nelle sue due palline al limone quattro pelazzi di minchia e due cimici.



Le orazioni sembrarono liberatorie, cantammo i salmi con cuore lieto e con i piselli drizzati verso il cielo, crogiolandoci nel verde dei nostri sogni di sesso sfrenato e senza implicazioni. Nessuno protestò quando Padre Barbone ci spedì a letto. Erano le nove di sera.



Francesco Paolo s'attardò nella pulizia della sala mensa, strisciava quel mocio vileda con sentimento, sembrava quasi ballarci: una versione brufolosa e arrapata della Cenerentola di Walt Disney. Il mocio leccava il pavimento e i minuti passavano, il grande orologio della parete con Sant'Ingnazio che cavalcava un'ostia gigante segava la nostra attesa, sentivamo ogni minuto scivolarci addosso, liscio, verso la punta dolorante delle nostre mazze.

Nessuno riusciva a concentrarsi, Ciccio aveva portato il calendario di Alessia Marcuzzi e lo sfogliava freneticamente. Sulle tette di febbraio si bloccò pure lui. Mancavano solo due ore. Due ore e avremmo perso tutti la verginità. Io m'immaginavo un urlo liberatorio collettivo, in perfetta sincronia avremmo attraversato ciascuno l'imene della propria picciridda. Teoricamente sapevamo tutto, la pratica era un'avventura che non ci spaventava. Ogni pomeriggio della nostra vita l'avevamo passato sognando quel momento sulla tavolozza chiusa del cesso, con le mani vogliose a leggere tette con le dita come se fossero state fotografate in braille.

Maceravamo nel nostro sugo ormonale. L'attesa era quasi finita, Francesco Paolo si ritrovò un mozzicone di mocio in mano, aveva continuato a stricare il pavimento sempre più veloce. Le lumache tiravano fuori le corna a quell'ora, noi facevamo lo stesso. Se c'era qualche dubbio, l'esperienza del gelato lo aveva disintegrato. Avevamo sopportato tutto. Una fighetta soffice soffice valeva tanto? Sì, ci rispondemmo mentalmente in coro.



Marcella dormiva già, nuda dentro la tonaca. Francesco Paolo lasciò cadere il mocio e andò a fare quello per cui era nato.



(continua)

 

06/03/05

la mela bucata (3)

E così siamo partiti con dieci scatole di preservativi a testa, male che vada li lanceremo pieni d'acqua su Francesco Paolo se ci tira la sola.
Perché sta cosa del viaggio della speranza incominciava a puzzare di marcio, il volpone era pimpante, con 240 euro in più in saccoccia aveva già messo gli occhi e una decina di spunti per seghe su Marcella, la stratettuta responsabile del ritiro spirituale. Era lei che doveva tenere separati noi maschi dalle sue bambine. Lei e le sue tette ce la mettevano tutta, tra noi e le fanciulle aveva messo pure due piani zeppi di gesuiti, il ritiro si svolgeva nella bella villa che un signorotto aveva lasciato in eredità ai gesuiti. 6 piani in stile liberty.

Francesco Paolo non l'avevamo mai visto così servizievole ed educato, s'era pure pettinato i peli del culo per fare colpo su Marcella che, da grande e consumata puttanona, agitava il suo potenziale erotico per far sfacchinare il poveraccio. Non sapeva più che fare per sedurla, aveva già speso più della metà del capitale nello spaccio della canonica dove il prete portinaio arrotondava le entrate vendendoci magnum e cuccioloni a prezzi astronomici. L'astinenza dai dolci era compresa nella settimana di silenzio e preghiera, quindi le trasgressioni dovevamo pagarle a caro prezzo.

Noi avevamo adocchiato le pupe giuste per noi, Ciccio Spastico aveva puntato lo sfilatino su Maria Eleonora che portava un vestitino fiorato semitrasparente che dopo una giornata di lavoro e preghiere le si attaccava addosso mettendo in risalto il suo fisico in piena fioritura, ogni volta che il vento le alzava di qualche millimetro l'orlo del vestito, Ciccio aveva un attacco, finiva a terra a incularsi i lombrichi per stemperare l'eccitazione. Il massimo della sua vita sessuale sino ad allora era stato sognarsi Lara Croft con le zizze appuntite che, a colpi di pistola, gli faceva saltare via i vestiti prima di saltargli addosso.

Luigi Sciddicato aveva scoperto che con la poesia riusciva a rincitrullire Luisetta che era piccola e pelosa, a ogni endecasillabo Luisetta si slacciava un bottoncino della maglietta, consapevole che passata una certa età i suoi peli sarebbero stati un ostacolo blocca-approcci.
E poi scoprimmo che almeno su una cosa Francesco Paolo non aveva mentito: pure le femmine hanno gli istinti sessuali. Eravamo sconvolti: anche loro erano un ammasso in ebollizione di ormoni e curiosità.
Proprio per questo Padre Barbone passava la notte a passeggiare per i corridoi, con gli occhi che ci spiavano nel buio insivato dei corridoi, pareva una civetta, passeggiava con le gambe magre magre arraspandosi la minchia e provocando un rumore che ricordava quando Vincenzo il Salumaio infilava i pezzi di cacio nella grattuggia elettrica.

Passavano così le giornate, pregando, elemosinando stentate pomiciatine da consumare quando Padre Barbone andava a cagare dopo il pranzo e la notte c'era l'inevitabile segone collettivo per stemperare l'eccitazione accumulata nella giornata.
Padre Barbone già il secondo giorno aveva commesso il suo primo errore. Colpito da come Francesco Paolo lavorava senza mai lamentarsi, sottoponendosi ai lavori più schifosi, tra cui spiccavano le spugnature a Padre Cosimo che puzzava di vecchie scoregge ed era peggio dei cani, quando lo bagnavi puzzava ancora di più. Padre Barbone fu tanto sorpreso che senza pensarci si grattò per bene e nominò Francesco Paolo nostro responsabile.

(Continua...)