06/03/05

la mela bucata (2)

        Francesco Paolo aveva organizzato tutta la nostra estate, in cambio di venti euro a testa ci avrebbe portato lì dove le fiche abbondavano vogliose. Lui era cresciuto a colpi di cinghia e bestemmie, suo padre gli aveva raddrizzato la schiena e i sogni e ora lui spiccava nel mucchio. Si faceva strada con intrallazzi e piccole estorsioni, gli piaceva cucire ragnatele di dissapori che servivano a ristabilire il suo ruolo di capo. Noi che manco avevamo il coraggio di andare all'edicola a comprare il calendario di Max lo veneravamo.
        Era lucido e pratico nelle sue decisioni: forse un pò squadrato ma con tutti quei colpi di cinghia e quei segoni non potevamo aspettarci di meglio. Noi eravamo una dozzina di sbarbatelli, così timidi da nasconderci dietro i brufolazzi che ci sfregiavano la faccia. Avevamo la voce bianchiccia, appena ingrigita da qualche incontrollabile tono basso. Per capirci, sembravamo i cugini di campagna con i pantaloni ancora più stretti.
        Tutto l'anno avevamo risparmiato per riuscire a frequentare il prestigioso tour erotico che Francesco Paolo in un impeto di creatività aveva intitolato "La Mela Bucata". Ciccio Spastico gli aveva chiesto delucidazioni sul nome. Ciccio era in grado di stare attaccato alla playstation per tredici giorni di fila, rimandando l'inevitabile evacuazione sino a diventare dello stesso colore della Preside che soffriva di una stitichezza incrosta-budella da quando aveva trovato suo marito che stantuffava una bambola gonfiabile ordinata sul sito della MariuzzAngel Sucking Cock Enterprise.
Francesco Paolo gli aveva risposto: - Hai presente la favola di Adamo ed Eva, il serpente, la mela e tutto il resto? Bene, io la vedo così: quella gran troiona di Eva stufa di quel paradiso voleva impiccantire la situazione con uno spettacolino hard, aveva chiesto aiuto al biscione che le aveva consigliato di usare la mela, Eva doveva alzarsi sulla punta dei piedi per acchiappare la melaccia che penzolava tranquilla dall'albero. E, nel farlo, doveva far vedere a quel gonzo d'Adamo uno sculettamento da manuale. La mela bucata si riferisce all'inevitabile conclusione della prima pornonovella della nostra cultura. Noi faremo pure così, bucheremo più mele possibili. Parola di Francesco Paolo, il leggendario Sfardamutande. O ci riesco o vi restituisco tutti i picciuli. Lo giuro su tua madre.

    A Ciccio Spastico ciondolava la testa, si figurava tutta la faccenda secondo la rigida logica dei videogiochi, uno sparatutto in 3D, lui aveva solo la sua mazza e una missione: soddisfare sino all'estasi più donne possibili. Avrebbe bucato almeno due dozzine di mele.

        Francesco Paolo aveva avuto un'idea geniale: accodarsi al viaggio dell'oratorio. Con la sua parlantina spaccacoglioni era andato da Padre Barbone, un gesuita vecchio, sputacchiante e con le piattole. Al parrino s'era presentato come un peccatore bisognoso di sostegno spirituale, una pecorella sperduta che aveva taciuto per troppo tempo la sua giovane coscienza per dedicarsi con ardore a migliaia di atti impuri. Padre Barbone si grattò la minchia in segno di ammirazione, riversò un doblone di catarro nella sputacchiera e dette il suo assenso: Francesco Paolo e quelle altre dodici anime perdute potevano seguire la settimana di silenzio e preghiera.
Il vero obiettivo di noi tredici peccatori erano le tette delle quindici giovinette del dopocomunione, era una verità universalmente riconosciuta, le baciapile erano delle grandissime troione. E avevano dei capezzolini che frizzavano contro le magliettine che il sudore le appiccicava alla pelle, ne sentivamo l'odore a metri e metri di distanza.

(continua...)

 

la mela bucata

    L'estate lumacava scodinzolandoci sui banchi e la panza dello Zio Filippo emergeva viscida e lasciva, tra i pelazzi della zona ombellicale facevano mostra di sé residui antecedenti alla morte di Taninu u panellaru. Si capiva che ci sarebbe successo qualcosa in quei tre mesi di libertà che albeggiavano appena. Il professore manco ci provò a tenerci ancorati ai banchi, si stette tutta la mattina a leggersi il giornaletto porno che aveva infilato tra le pagine del Manifesto.
    La campanella si era allenata sin da maggio, giorno dopo giorno suonava sempre più presto, un minuto alla volta aveva guadagnato mezz'ora nel personalissimo fuso orario dello zio Filippo. Alle 12 e 35 il trillo rimbalzò sui banchi e sulle lavagne in cui tutti avevano scritto i loro buoni propositi, in cui campeggiava l'impegno comune di infilare lo sfilatino in più fanciulle possibili, era quello uno dei pochi pregi nel frequentare l'istituto tecnico, essendo tutti maschi uno poteva tranquillamente puzzare, scoreggiare e fuggire dalla doccia quotidiana che quelli del Liceo dovevano farsi per convivere accanto ai brufoli delle verginelle. Noi potevamo saltare tutta la trafila ormonale e piazzarci subito in pole position con le donnine appena sbocciate.
    Eravamo rozzi e bisognosi di cure e le donne si sa, aspirano ad avere un cucciolotto da crescere e svezzare. Se sei bello pettinato e profumato non attiri la pietà femminile, basta trascurare per qualche mese le più elementari norme igieniche per trovare un plotone di infermierine pronte a metterti in tiro.
O almeno così ci aveva detto Francesco Paolo rincoglionendoci ricreazione dopo ricreazione.
Noi ci affidavamo a lui che si vantava di aver visto più fiche di tutto l'ordine mondiale dei ginecologi. Qualcuno malignava che poteva essere pur vero se si faceva rientrare nel computo tutte le fiche slabbrate stampate su carta su cui Francesco Paolo aveva perso la vista. Lui non si curava delle malelingue, si pettinava le sopracciglia con una spazzola d'acciaio fregata all'officina dello zio e si smerigliava qualche brufolo sparandosi un segone tra le pagine del manuale di informatica.
continua 

05/03/05

affidarsi a una storia

Dicono che noi siamo quello che leggiamo e, specularmente, noi leggiamo quello che siamo.

Io sono gli incubi nel Maine di Stephen King, sono il Lettore delle notti d'inverno di Calvino, sono Odisseo e il Grande Inquisitore sconfitto dal bacio silente del Risorto. Ho aspettato nelle notti bianche il mio singolo attimo di beatitudine sognando il vecchio che sognava i leoni. Ho aspettato l'arrivo dei Tartari e dei Barbari e ora aspetto anch'io una parola ventura sotto la stella della fontana con Lolita e l'aviatore e il serpente giallo. Sono stato tutte quelle pagine. Ho scolato quelle parole, ne ho succhiato linfa e midollo e poi ho scritto. Non l'ho fatto per scaricare quello che faticavo a trattenere. L'ho fatto perché scrivere distilla un liquore vivo, vero e vitale. Non possono essere solo belle bugie bucate. Vita e arte si cercano, l'invidia le ha tagliate in due come le sogliole e poi ci hanno detto che l'arte non ha figli. La statua di Pigmalione resta una bellezza di marmo e il silenzio di neve tenta di affogare i nostri dicotomici furori.
Siamo lacerati e svacantati. Abbiamo creduto che tutte le vite si assomiglino in virtù di una semplice constatazione: sono tutte raccontabili, sono tutte storie.
Poi qualcosa accade, lo nota benissimo Antonio Spadaro nell'editoriale bombacartaceo di questo mese:
«Affidarsi a una persona significa, in fin dei conti, affidarsi a una storia, che diventa la nostra. Fidarsi di una persona significa credere in una storia, buttarcisi dentro, riconoscerla come significativa, "affidabile", degna di fiducia. Non è facile discernere quelle che lo sono veramente e quelle che sono sono abbagli, infatuazioni.

Ma questo è anche il ruolo della critica letteraria. Davanti alle storie e alle esperienze che il genio dell’arte ci propone sono possibili due atteggiamenti: o ci si crede (e allora esse si dispiegano nella loro potenza rappresentativa ed evocativa) o non ci si crede (e allora la pagina e la vita restano mute e dure). La visione dell’artista, il mondo da lui ri-costruito in maniera più o meno verosimile (e ciò poco importa) richiede una fiducia di base. Si avvia così un gioco di interpretazioni e significati, ma anche di giudizi e scelte. La critica non è un puro discettare di qualità stilistiche o di generi, perchè ha il compito di scegliere quali storie siano «degne di fede», e quali siano gli effetti di questo affidamento.

Leggere (ma anche vedere un film) significa dunque entrare con «fede» in un mondo diverso rispetto al nostro per comprendere a fondo il senso proprio della nostra vita. Non avere "fede poetica" significherebbe, alla fine, narcotizzare il reale, spegnerlo, renderlo piatto, superficiale, scarno, secco.

Una vita senza storie e senza fede nelle storie sarebbe ben povera. Lo sappiamo bene: più una persona è ricca interiormente, più ha storie significative da raccontare e più è disponibile ad ascoltarne alla ricerca di "storie affidabili".»
 

04/03/05

Il silenzio degli animali

Sono l'unico iscritto alla specialistica in filosofia estetica dell'università di Palermo. Rettifico, c'è un'altra iscritta che però viene dal DAMS e deve recuperare le materie filosofiche nel quotidiano giochetto di crediti e/o debiti che chiamano università.

Tutti gli altri, i pochi, pochissimi laureati del corso in filosofia della conoscenza e della comunicazione hanno preferito seguire altre strade. Non appagati nell'aver scelto di laurearsi con variopinte riflessioni sul linguaggio degli animali, raddoppiano la dose e aspirano a specializzarsi. Provo ad arrischiarmi in un'ipotesi azzardata: vuoi vedere che, vista la sete di sacro che la frangia estremista del cattolicesimo ci propina quotidianamente, i miei (ex) colleghi vogliono fare i novelli san francesco e mettersi a discettare con le fiere?

Vabbè, il mito di Orfeo mi è sempre piaciuto, pizzica e spizzica la lira il bel greco e le bestie feroci si piegano al suo volere, con le note rincoglionisce pure il Signore degli inferi e la sua venefica consorte.

Però non possiamo, se ci autoproclamiamo amici della Verità, non rabbrividire di fronte alla tragica prospettiva che vede la filosofia piegarsi alla scientificità. I nomi delle materie sono una spia preoccupante: cambiano quotidianamente. Devono suonare sempre più tecnici. Ah, quanto sono lontani i tempi in cui il giovane Törless sognava Kant. 

03/03/05

ah, la miserabile realtà

CAMILLE: Ve lo dico io, se non trovano tutto riprodotto in copie rabberciate, disperso in teatri, concerti e mostre d'arte, non hanno né occhi per vedere, né orecchie per sentire. Se uno si intaglia una marionetta da cui si vede pendere il filo che la tira e le cui giunture a ogni passo scricchiolano in versi giambici di cinque piedi, che carattere, che coerenza! Se uno prende un sentimentuccio, una sentenza, un concetto, e gli mette giacca e calzoni, gli fa mani e piedi, gli pittura la faccia e lascia che quell'affare si dimeni per tre atti finchè da ultimo o si sposa o si spara - un ideale! Se uno strimpella un'aria d'opera che riproduce gli alti e bassi dell'animo umano come una pipa di terracotta piena d'acqua e fa il verso all'usignolo - ah, l'arte!
Spostate la gente dal teatro alla strada: ah, la miserabile realtà!
Essi dimenticano il loro Signore per i suoi cattivi copisti. Della creazione che intorno e dentro di loro si rigenera ad ogni istante, ardente, spumeggiante e luminosa, non sentono né vedono nulla. Vanno a teatro, leggono poesie e romanzi, ne imitano le smorfie con le loro facce, e delle creature di Dio dicono, come sono banali!
I Greci sapevano quel che dicevano quando raccontavano che la statua di Pigmalione si era animata ma non aveva avuto figli.
DANTON: E gli artisti trattano la natura come David, il quale in settembre disegnava a sangue freddo gli assassinati mentre venivano buttati dalla prigione alla strada, e diceva: colgo gli ultimi sussulti di vita in questi scellerati. (Danton viene chiamato fuori.)
CAMILLE: Che mi dici, Lucile?
LUCILE: Niente, mi piace tanto vederti parlare.
CAMILLE: Mi senti anche?
LUCILE: Ma certo!
CAMILLE: Ho ragione? Hai capito che cosa ho detto?
LUCILE: No, veramente no. (Rientra Danton.)

Georg Büchner, Opere, Mondadori, Milano 1999, p. 40 

02/03/05

metafora, memoria, mistero

L'amore era qualcosa di completamente diverso. Non era roba per gente adulta, e tanto meno per i suoi genitori. Star seduti la sera presso la finestra aperta e sentirsi soli, diversi dai grandi, incompresi ad ogni risata e ad ogni sguardo ironico, non potere spiegare ad anima viva quello che si sente di essere, e struggersi di trovar qualcuno che capisca... questo è l'amore! Ma per questo bisogna essere giovani e soli. (p. 38, edizioni Einaudi Tascabili)

***

... quel certo ricordo plastico di una persona amata, non soltanto della memoria ma fisico, che parla a tutti i sensi, così che non si può fare nulla senza sentirsi al fianco l'altra persona silente e invisibile. (p. 7, edizioni Einaudi Tascabili)

Robert Musil, I turbamenti del giovane Törless.




Gli impegni della laurea specialistica mi tengono lontano dalla tastiera, aggiungeteci pure la necessaria disintossicazione derivata dall'aver danzato su quest'alfabeto di plastica sino alla notte prima della consegna della tesi. Già, ho preso pure io il titoletto e manco me ne sono accorto. Perché ci sono cose ben più importanti. Sino a quando, esame dopo esame, devi riempire le righe del libretto universitario vedi come obiettivo finale il momento in cui, incravattato, stringerai la mano del Presidente della commissione che ti dichiarerà dottore. Poi ci arrivi e, davvero, neanche te ne accorgi. Rapido e indolore, in quindici minuti ho dovuto comprimere tutti i libri che avevo letto su Paul Celan. Ce l'ho messa tutta, mi sono toccato il naso per trecentosettantasei volte e ci ho infilato la cecità selettiva, le baggianate di George Steiner (è necessario, come sempre, il parricidio dei nostri grandi maestri per spiccare il volo) e un vagone di speranza.

Una bella esperienza, la poesia è per Paul Celan tendenzialmente un messaggio che va in cerca di un Altro, a quell'altro tende il fare poetico. Io il mio Altro l'ho trovato. Così, per caso, tra gli scaffali della Feltrinelli di via Maqueda. Ero lì, in mezzo ai testi di filosofia, contento nel vedere che quella gran testa brillante di Diego Fusaro (il padre di www.filosofico.net) aveva curato ben due libri della serie filosofica della Bompiani. Ero lì, beato, nel paradiso di carta, a pochi metri dalla gigantografia di Bukowski che sbevazza con la puttanona. C'era la mia valigia di pelle a tenermi compagnia e mi sento chiamare. Era la fidanzata di mio cugino, il mitico Piero che i dicotomici lettori conoscono bene. Non era sola. Accanto a lei c'era il mio futuro.
 
Fu un incontro di bella letteratura, io stringevo in mano Philiph Roth e lei l'Aleph di Borges.
Dopo una lunga, lunghissima meditazione durata si e no meno della dissolvenza in nero che mettono tra una scena e l'altra, avevamo già reciprocamente deciso. Mi piace pensare che qualcuno l'aveva già scritta quella scena, semplicemente perché era tutto perfetto. Da sempre mi gingillavo nell'idea che avrei incontrato la donna della mia vita in una libreria, magari esageravo coi dettagli, io con la barba e con la giacca di velluto - perché tutti i macchiafogli da grandi devono perpetuare i cliché - lei avrebbe avuto gli occhi azzurri, gli occhiali e una naturale eleganza. Doveva sapersi muovere tra i libri con disinvoltura, accarezzando le pagine e le copertine, evitando la pila dei titoli acchiappagonzi del tipo "tecniche di masturbazione tra batman e robin" o tutta la narrativa con la vaginite. Sarebbe stata una donna da einaudi o adelphi, tutt'al più da classici. Nella fantasia, la Donna (sfumata nell'indistinta metafisica delle idee maiuscole) avrebbe magari afferrato lo stesso libro che avevo in testa e nel cuore io.
Io, barbuto e disattento, le avrei chiesto scusa per l'involontario sovrapporsi delle nostre mani nell'atto sensualissimo di afferrare lo stesso identico volume, arroccato ben al di là dei best-seller.
Lei avrebbe sorriso, io avrei ricambiato il sorriso e avremmo fatto e rifatto l'amore sotto lo sguardo di Bukowski.

La memoria si confonde, realtà e fantasia accavallano le gambe. E io, semplicemente, mi ritrovo.
 

01/03/05

un nodo che dura più del suo legare

 Per anni ho schivato la mia sicilianità.

I primi racconti e scarabocchi parlavano del dottor Sgollek (il nome dei cereali al contrario) che era stato radiato dall'albo degli scienziati perché aveva cercato di costruirsi un figlio con pezzi di romanzi.
Avevo letto e riletto Frankenstein e i gialli di mia madre, mi sembrava logico che tutti i miei personaggi spuntassero sotto i tasti della lettera 22 con un cognome americano e finissero a schivar pallottole vaganti nei tuguri del bronx.

Poi l'epifania con Camilleri e Montalbano. Mi piaceva leggere di personaggi "russi di pilu e di pinsiero" e che "taliavano" gli orologi.
Cominciai a sentirmi monco. Avevo scritto con mezza testa e mezzo cuore lasciando l'eredità della mia terra triangolare fuori dalla pagina. Iniziai infilandoci parole siciliane che non riuscivo a rendere in italiano. Pruvulazzo. Cannavazzu, Filietto ru fangu, taliare e ritaliare... E poi ho continuato. Perché si scrive solo di ciò che si conosce. Ecco perché la stragrande maggioranza dei dicotomici personaggi ha 22 anni e il pisello. Mi viene naturale parlare del mio mondo. Scrivere mi serve a questo, ripeto: a salvare i miei kairoi, i miei eventi.


Bagheria è il mio sfondo ideale, prima o poi troverò un nome per una città che sia solo mia. Sarà lei, la piccola Bagheria trasfigurata. Come la Vigata di Montalbano o il villaggio di Macondo. Mia, solo mia. E ci sarà la vecchia strada fatta di curve e bestemmie e sgracchiate dei vecchi che fanno avanti e indietro sulla piazza principale. Ci sarà Pippo, l'edicolante che conosce i gusti letterari di tutti e riesce a far lievitare il conto dai 90 centesimi del quotidiano a più di 20 e rotti euro. Ci sarà il fruttivendolo che inneggia al ciavuru della cucuzza cantando i vecchi stornelli dei carrettieri... Oh bedda ca ti vitti allu culleggiu e mi facisti veniri u curaggiu, acchianu carricatu e scinnu leggiu...
E poi continua, cambiando ritmo, ripescando i canti di Rosa Balistreri: l'acciduzzu ri me cumpari senza pinne e senza ali si pusò supra a scagghiola, a testa rintra e l'ali ri fora...


Giusto 12 anni fa hanno cancellato Paolo Borsellino. Io avevo 10 anni e un solo ricordo. Le rare volte che ci arrischiavamo ad attardarci nella bella sera di Palermo, mia madre diceva a mio padre di accelerare. Era l'ora dell'implicito coprifuoco.
Perché qua è andata così, allo Stato assente si è preferito una rete di favori e nepotismi tra vecchie coppole e gerani.


Ho sempre pensato una cosa: nei negozietti di souvenir c'è sempre "a mafiusa" con le zizze di terracotta di fuori e la lupara sotto la sottana. A questa matrioska siciliana aggiungono dei cartelli con una certa filosofia di vita. "Il serpente che muzzicò mia suocera morì avvelenato", e poi il classico: "si tutti i curnuti purtassero un lampione in testa, minchia che illuminazione!".


Chissà perché io ho sempre meditato su quest'ultimo, trasponendolo: se ci fosse un lumino, un mozzicone di candela acceso in ogni luogo in cui hanno ammazzato qualcuno negli anni della grande guerra di mafia, minchia che illuminazione! Invece si è preferito rimuovere. La memoria pesa. Meglio ingoiare la pace del papavero e tirare avanti. Ci sarà sempre un nonno che insegnerà al nipote come si sbuccia un fico d'india senza spinarsi le mani, tanto basta.
E poi, semplicemente, ci sarà un 22enne che studia filosofia e si fa portare a passaggio dalla sua cagnolona:


Prima delle benefica arrifriscata nessuno s'arrischia a mettere fuori l'alluce, solo lui che si fa portare a passeggio dalla sua cagnolona. Gli scolano i sudori, le ascelle piangono ma lui continua, passo dopo passo con i bermuda inzuppati e i sandali appiccicosi. L'asfalto alita e all'orizzonte le auto vibrano nell'aria del pomeriggio con le case che sono chiuse a tenuta stagna, non deve uscire nemmeno un pò dell'aria scoreggiata dai condizionatori. Camus scriveva che basta poco per conoscere una città: "cercare come vi si lavora, come vi si ama e come vi si muore". A Bagheria le cose sono ancora più facili, si fa tutto allo stesso modo: con calma, senza premura. Si sa già che il ponte se lo terranno tra i progetti da snocciolare a ogni campagna elettorale, va così dai tempi di Federico II, quello sì che aveva capito tutto della Sicilia. La Scuola Siciliana era il migliore contributo che le tre punte dell'isola potessero regalare al mondo: dateci soltanto sole, mare e spunti per continuare a poetare.
Continua a camminare e suda, attaccato al guinzaglio, ripensa a quanto è bella Palermo la sera, tra i binari arrugginiti ad aspettare il treno che è ancora, per fortuna, lontano.
Le saracinesche sono tutte calate con i cartelli che ricordano che ad agosto si pratica l'orario unico, dalle 9 alle 13, senza eccezioni. Restano solo le macchinette dei tabaccai a sputare le assassine bianche e arancioni.
Il ragazzo cammina con i suoi dubbi arancioni in testa, livellando i marciapiedi.


Il Corso Principale lo porta sotto i salici di Piazza Garibaldi tra i bagheresi che ricordano degli americani le barrette di cioccolata e le camel, quelle buone, senza filtro in quell'estate del '43. Loro passano così i pomeriggi, seduti sui muretti grigi e sbrecciati delle aiuole comunali. Appoggiano le chiappe sui giornali passati o su pezzi di cartone, i più attrezzati si portano dietro un cuscino infilato in una busta della SMA. Parlano, ridono con in bocca dentiere che finiranno di pagare tra 4 anni. Arriva pure il reduce che si è perso le gambe su una mina inesplosa, non lo ammetterà mai ma inneggia ancora alla Buon'Anima e rimpiange la colonia estiva dove spediva i troppi figli che la moglie continuava a sfornare. Cammina il ragazzo, cammina dietro il cane, cammina attaccato al guinzaglio come se fosse un bambino che tiene la coda di un aquilone, qui si chiamano draghi volanti e si sono estinti, si vedono volare solo quelli dei cinesi nelle mattinate di vento lungo il bagnasciuga del Foro Umberto I nella bella Palermo. Nessun bambino se lo costruisce più facendo croci di bambù. Dicono che prima si passeggiasse sino alle prime ore dell'alba ora già alle 8 e mezza di sera nessuno più si arrischia a scendere in strada, sembra una città fantasma ma è un'impressione falsa come una banconota da tre euro. C'è troppo rispetto per i fantasmi e per le lumìe, questo è il vero motivo. I vivi dividono la città con i loro morti e lo fanno con equità: appena scende la notte tocca ai defunti passeggiare tra le ville del Settecento che tanto piacquero a Goethe. Sono morti tutti in una delle tante guerre di mafia, si sono beccati il loro colpo di livella e ora passeggiano vicino assassini e assassinati, nessun vivo si arrischia a uscire nell'ora dei morti, brucia ancora il ricordo di tutti quei colpi di beretta e quel gesto diventato troppo presto un'abitudine: al primo sparo toccava alla madre calare piano piano la serranda, accostare le tende e alzare il volume della radio e del televisore.


Cammina ancora il ragazzo, si passa un kleenex sulla fronte e pensa con quanta facilità si cambi bandiera sotto il sole di Sicilia, sì, ci si abitua a tutto qui, si cambia presto l'adesivo sull'auto a tempo d'elezioni come nell'URSS ci si spicciava a sostituire le facce sui muri a seconda delle decisioni del Politburo. Passeggia il ragazzo, passeggia sulla voglia di lavoro, sui posteggiatori abusivi che giurano che t'hanno taliato e ritaliato la macchina come se fosse "cosa loro".
I cani ci somigliano: dormono e mangiano senza pensare alla maledetta e amatissima Sicilia. Qui impari a sbucciare i fichi d'india a sei anni e subito dopo impari pure che devi accettare quello che il cielo ti regala, senza romperti la testa perché, si sa, domani andrà meglio. Lì quegli onorevoli cornuti si ricorderanno anche di noi e alle prossime elezioni - è cosa sicurissima - sale pure un mio cugino di quarto grado - è cosa arcisicura - mi sistemo pure io.
Te lo dicono e ci credono con la puzza di gerani che ci tiene compagnia e scaccia, dicono, gli scavagghi.


Cammina il ragazzo e pensa: "Sono venuti gli arabi e i normanni, gli svevi e gli aragonesi, i tedeschi e gli americani e siamo ancora qui a ricordare quanto ci piace questa terra dove nessuno compra i limoni e il sale. Basta poco, anche qualche caddozzo di sasizza alla Festa dell'unità e qualche litro di vino per ritrovare quella bella sensazione dei tuoi sette anni. Sì, quando giri un secchiello di sabbia bagnata e diventi re e imperatore di una terra che vedi solo tu".