19/08/03

10000 volte grazie


E anche questo BLog ha superato le diecimila visite. Grazie a tutte e a tutti, non ho fatto in tempo a lanciare la trita e nitrita prova fotografica dello stamp della tastiera ma chissenefrega. Oggi pensavo di dare un taglio nuovo al blog, magai con qualche "conigliata" ma non fa per me. Vanno così questi dicotomici furori, piccoli vortici che frizzano dalla testa alla tastiera.


Grazie ancora.


Ah, dimenticavo ci sono gli arretrati della mia rivista : il numero uno, il numero due e il numero tre. Tutti per voi. 90 Kb e trenta pagine stampabili. Gustateveli.


Tonino "dicotomico" Pintacuda

17/08/03

Who wants to live forever


There's no time for us
There's no place for us
What is this thing that builds our dreams yet slips away from us


Who wants to live forever
Who wants to live forever....?


There's no chance for us
It's all decided for us
This world has only one sweet moment set aside for us


Who wants to live forever
Who wants to live forever?


Who dares to love forever?
When love must die


But touch my tears with your lips
Touch my world with your fingertips
And we can have forever
And we can love forever
Forever is our today
Who wants to live forever
Who wants to live forever?
Forever is our today


Who waits forever anyway?

14/08/03

L'Idiota e la cazzuola di mare 


Lì, al confine della strada, c'è il mare. Il mare che non dimentica, il mare figlio del Caos.
[La mia mano e la tua si toccano e sono toccate nello stesso istante.]


Il mare stamattina mi ha lasciato sulla spiaggia una cazzuola arrugginita. L'ho stretta tra le mani e ho rivisto Atlantide affogare piano piano.
Sono ritornato sulla veranda per scrostare le alghe e le patelle che s'erano depositate sul becco della cazzuola. Ho lavorato per una buona mezz'ora: poi l'ho scagliata lontano e l'ho rivista affondare.
Non aveva ancora finito il suo viaggio.


 
Mi sono seduto sull'ondina a strisce gialle e bianche con in mano L'Idiota di Dostoevskij, ho alzato le gambe e dopo due o tre pagine dormivo di già. Il Grande Russo è soporifero nelle giornate di mezz'estate.
Scivolavo veloce come un bolide del Quidditch, bucavo le nuvole. Ero sul treno per Pietroburgo e aspettavo che la Bellezza salvasse anche me e poi è arrivata mia madre con un vassoio di dolcetti al cocco, li offriva ai viaggiatori abbinandoli a larghi sorrisi. Li cucinava anche la notte che mi sono messo con la ragazza che mi faceva girare la testa al Liceo. Ci sono notti che non finiscono mai, restano sfavillanti, sovraccariche di emozioniodoricolorisuonipalpiti... Sì, cucinava torte e dolcetti per una fiera di beneficenza dell'oratorio. E appallottolava palline di farina di cocco prima di adagiarle leggermente su cerchietti di carta verde e bianca. Ricordo pure le scarpe che portavo, erano con la punta arrotondata, di vernice nera, le prima scarpe da adulto dopo secoli di scarpe da ginnastica. E avevo le spalle pesanti della mia prima giacca di pelle e sul naso il mio primo paio d'occhiali.
La dichiarazione l'avevo fatta camminando sulla strada del cimitero, la pancia calda di un panino preso in pizzeria e lei davanti a me con due occhi di cielo che mi guardavano fissi in faccia.


Il treno riprende la sua corsa, scompaiono le palline di cocco e gli occhi di cielo, resto io nella pancia vuota del vagone con la mia faccia da hobbit che fa capolino su una scheggia di specchio. Ci sono ancora tutte le donne che ho amato e che amerò. Li vedo intrappolate lì, sotto le palpebre, nel millesimo di secondo in cui si chiudono. Sono lì tutti gli attimi perduti, le notti sui tasti della Lettera 22, i libri amati, c'è 'Silvia lo sai che Luca si buca ancora', c'è 'la descrizione di un attimo e le convinzioni che cambiano' e tutte le altre canzoni urlate curva dopo curva in quelle notti che l'autogrill è ancora lontano, con i lampioni che scacciano le luci delle stelle lontane.


Ci sono le bombette di Totò e di Kafka che si guardano perplessi e i fari di una vecchia R4 che si allontana, ritorna nel garage dei rimorsi e dei rimpianti. E poi ci sono quelle storie iniziate e mai finite, tutti quei personaggi che restano sospesi in attesa del sequel che mai arriverà. Resta l'idea di quegli scolapasta dei pensieri: un pennino di stilografica sta per poggiarsi sul foglio troppo bianco. Ecco: la prima linea è tracciata.


Resto lì, con l'Idiota a pagina 27 a pensare ai viaggi di una cazzuola di mare.

Scrivere con la cazzuola


Sto aspettando mio zio sul sedile della sua Focus. Sono il nipote del Principale e in cantiere assaporo un pizzico di autorità sui mastri, sui mezzi mastri e sulle mezze cazzuole.


Mi piace passare le estati in cantiere, si imparano un sacco di cose per scrivere meglio. Non c'è differenza tra una calderella di cemento e una pagina di romanzo. Nessuna. Devi amalgamare i componenti con la stessa attenzione.


Se a Mastro Enzo serve una calderella di quacina e cemento per alzare un muro, devo stare attento a non sbagliare le proporzioni. Otterrei un composto o troppo molle o troppo duro, nel primo caso il mio mastro non potrebbe far volare la quacina nel solco tra i balatoni con la sua consueta maestria, nel secondo caso non avremmo il tempo di finire una filata di balatoni: la quacina si asciugherebbe nella calderella.


Ditemi se non è lo stesso con ogni dannata pagina che devo scrivere: devo dare al lettore un margine di libertà e azzeccare la densità della storia. Una storia troppo liquida non conquista e non fa volare i neuroni del lettore al di là dello steccato delle quotidiane preoccupazioni. Una storia troppo secca resta tra le pagina-calderella senza andare a piazzarsi in testa al lettore.


In cantiere si apprende pure la sintesi, altro che esseemmeesse: gli oggetti perdono vocali e consonanti superflue per ghiacciarsi in nomi essenziali. Non si sciupa niente, nemmeno il fiato: gli attrezzi devono essere chiamati con nomi brevi e efficaci: passami la mancina, dov'è finita Luisa? ...che poi sarebbe la personalissima tenaglia di Mastro Enzo, l'ha chiamata così in ricordo di una sua fiamma che durante i ripetuti stantuffamenti lo artigliava a se, una volta stava quasi per strapparglielo di netto (di sicuro deve averlo visto in qualche 007). I muratori sono delle persone religiosissime ed educate ma in cantiere si deve sparare a zero sul sesso. È un imperativo.
Le minchiate lievitano quadruplicando il loro volume: una mezza-cazzuola la  sera prima ha conosciuto una turista, magari le ha offerto appena appena una coca cola balbettando per una vasata leggia leggia; in cantiere quella coca cola diventa una bottigliazza di champagne formato finale di F1, le tette della turista diventano un ideale estetico inarrivabile e i capezzoli si avvicinano al coefficiente attrattivo del mitico e introvabile 'spadotto', capace di bucare le coppe di qualsiasi reggitetette rinforzato. Lo champagne diventa solo l'inizio e una pomiciata diventa una sessione agonistica di campionati internazionali di Kamasutra.
E così grazie al cantiere l'iperbole non ha più trucchi, cresce più della schiuma di polistirolo espanso.


Tinteggiare una parete è un'altra operazione utilissima per scrivere: si deve preparare la vernice calcolando la superficie e miscelare il colore per ottenere una tonalità né troppo scialba, né troppo carica. Stessa cosa con i capitoli dei romanzi...
E mica che puoi subito metterti un pennello (o una penna) in mano, devi preparare la stanza attuppando le lesioni del muro (le falle narrative), coprendo il battiscopa per poi evitare di rimetterci le ginocchia a forza di stricare per cancellare gli sbavi di vernice (stessa economia di forze se nella fase preparatoria di un racconto tagliamo il 90% degli inutili orpelli che poi si cicatrizzano e ci vogliono anni a scacciarli), poi arriva il momento e devi scegliere lo strumento: c'è chi vola con un rullo e c'è chi si trova meglio con pennello e una pennellessa, dipende dalla superficie e dalla storia che vuoi narrare. La prima mano consente qualche cazzata ma la seconda richiede mano ferma e occhio allenato, proprio come la ri-scrittura.


Bene, mio zio è arrivato, si siede sul sedile della Focus e subito si alza un nugolo di letale pruvolazzo dai suoi vestiti, quelli sono gli aggettivi e gli avverbi da denuclearizzare. Ho visto gente quasi soffocata dal pruvolazzo che si alza mentre si abbatte un muro e altrettante volte ho rischiato di boccheggiare in pagine piene di inutili aggettivi, odio quelli col suffisso -mente...


Vado, è il momento di pulire gli attrezzi per iniziare una nuova storia.


(ho veramente passato tutte le estati della mia adolescenza a fare il 'picciotto' nei cantieri di mio zio. Ho imparato un fusto di cose.)


____________________


Per i non siculofoni:


pruvolazzo = è la trascrizione italo-sicula per polverone
quacina = calcina
attuppare = tappare, turare
balatoni = mattoni di spessore superiore agli 8 cm
stricare = strisciare con forza, anche nel significato di pulire mediante strofinamento. Si strica la macchina su un muretto e si strica la pentola per togliere i resti di cibo.
Vasata leggia leggia = bacio delicato
Mezza cazzuola = grado intermedio tra picciotto (aiutante) e mezzo-mastro, abile nel maneggiare la cazzuola ma senza la necessaria creatività, messo davanti a una difficoltà tende a scaricare le responsabilità sul picciotto affibbiatogli, il vero mastro si vede nelle difficoltà.

Ho sorpassato Splinder!


Incredibile! Cercando su MSN la parola WEBLOG (una delle più cliccate del momento), il mio sito viene prima di Splinder! (a proposito è on line il terzo numero : CHe cos'è NORMALE? tra le chicche imperdibili: un racconto introvabile di Richard Matheson e NUOVO BUCO 13 passi nel delirio)


 




  1. Alla scoperta dell'Alto Adige Blog dedicato a chi ama viaggiare e soggiornare nella regione altoatesina. Offre informazioni su locali, attività ricreative, situazione meteo.
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  2. Dedicato agli amanti siciliani della letteratura, propone articoli e racconti di aspiranti scrittori. Ospita un weblog di discussione con gli utenti.
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12/08/03

Le notti d'estate non sono fatte per dormire  


Ieri mi sono perso: io, i miei neuroni e tre amici eravamo andati a captare qualche benefica alitata del mare di Cefalù e, sazi di iodio, ci siamo rimessi in viaggio. Ci sentivamo tra le pagine di On the road, beh, mancavano gli assoli jazz, le carrozzerie luccicanti delle Ford con le ruote cerchiate di bianco, mancava pure l'asfalto del sogno americano e Sal Paradiso… ma il resto degli ingredienti l'avevamo in abbondanza.
 Ogni volta che usciamo vogliamo addentare gli spazi bianchi dell'esistenza, lo facciamo lasciando a casa l'orologio, le ics sul calendario e i trattati di Metafisica da ringoiare per Storia della Filosofia Medievale.
 Io rinuncio pure al telefonino, c'è stato un tempo in cui anch'io camminavo con il mio walkie talkie da adulto abbracciando quella finta ubiquità. Poi mi hanno svaligiato la casa e mi hanno tolto il mio giocattolino, era un motorola v2288, l'avevo preso perché era in offerta da Max Living e perché era quello con la radio integrata così potevo seguire le partite dei Mondiali seduto comodamente sul treno per Palermo. Quando ho trovato la mia stanza messa a soqquadro ho subito visto che mancava il cellulare, il caricabatteria e le cuffie per la radio, bene, mi sono detto: un pensiero in meno. Da allora dico sempre: se siamo piume sballonzolate dal vento della sera prima o poi ci rincontreremo senza bisogno di pianificare con duecento esseemmeesse il luogo e il tempo e le altre otto categorie. 
 
E viaggio, lontano dai calendari e dai cronografi senza pensare all'immagine mobile dell'eternità, vago, strafatto di pagine e pagine di romanzi che sono state le asce per il mio mare ghiacciato. E viaggiando capita di perdersi, è la stessa strada che ti porta lontano da casa e ti obbliga a cercarti.
 
 Le quattro di notte e la luce dei lampioni ti lecca gli occhi e ripensi a Homer che guida la sua station wagon rosa per le vie di Springfield, ti chiedi se riuscirai mai a vedere il Palermo in serie A e se il senso dell'Essere lo troverai sotto un sasso scheggiato o attaccato alla corda di un aquilone. Le quattro ti soffiano addosso il fiotto dei ricordi e vuoi solo le ali del poeta toccato dalla divina mania.
 Le quattro e dieci: voglio scrivere il  migliore romanzo del secolo, mi vedo con le dita sul mio alfabeto di plastica a danzare il loro facile tip tap, scrivo e scrivo e finisco nella colonna dei best-sellers, mi sbattono pure tra gli allegati di Vibrisse con Marco Candida che mi legge senza fare manco un'orecchia alle mie pagine.
 
 Le 4 e mezza: la prima sosta all'autogrill è un cornetto caldo e la mia faccia  nello specchio del bagno alla ricerca le frasi incise lì da centinaia e centinaia di vite che si incrociano. Stephen King le colleziona e con un'impennata emulativa tiri fuori il taccuino, scarti i numeri telefonici di dotati in cerca di amici e richiudi il taccuino, in quell'autogrill non è passato nessun poeta alato. 
 
Quasi le cinque: la sensazione è di essere dentro una pellicola di Kiarostami con tutti quei tornanti e le linee spezzate che ti portano al di là dell'orizzonte. E c'è la faccia di Bagheri che ti ricorda il sapore della ciliegia e ci sono i vivi e i morti che ricostruiscono le case terremotate e c'è una tartaruga che cammina adagio adagio verso il meriggio. 
Resta solo l'ultima fetta di notte e poi il sole cancellerà tutti i tuoi pensieri, ci sarà solo una zanzara spalmata sul muro dalla tua infallibile ciabatta contundente. Ci sarà la zanzara e qualche goccia del tuo sangue e tutta una vita di ricordi.
 Manca ancora un minuto, la serranda chiusa ti regala un altro po' di buio, le sue vertebre ti filtrano la timida luce del giorno. Suona di nuovo la radio sveglia. Suona e la grande notte si nasconde nell'unico posto che l'è rimasto: il bordo bianco che separa le vignette dei fumetti. Tra quei millimetri ci sono i movimenti intermedi dell'arte sequenziale.

 E ci sei anche tu.

09/08/03

Cervello o Cuore


Dorothy era così assorta nei suoi pensieri mentre procedevano, che non si accorse quando lo Spaventapasseri inciampò in un buco e rotolò oltre il sentiero.  Perciò egli fu costretto a chiamarla perché lo aiutasse e rialzarsi di nuovo.
- Perché non hai evitato la buca? - chiese il Boscaiolo di Latta.
- Non ne so abbastanza, - rispose lo Spaventapasseri. - La mia testa è imbottita di paglia, sai, e questa è la ragione per cui sta andando da Oz  a chiedergli un cervello.
- Oh, capisco, - disse il Boscaiolo di Latta. - Ma, dopo tutto, il cervello non è la cosa più importante del mondo.
  - Tu ce l'hai? - chiese lo Spaventapasseri.
- No, la mia testa è completamente vuota, - rispose il Boscaiolo, ma una volta io avevo un cervello, e anche un cuore; così avendoli provati entrambi, preferirei di gran lunga avere un cuore.
- E perché? - chiese lo Spaventapasseri.
- Ti racconterò la mia storia, e capirai.
Così, mentre stavano camminando attraverso la foresta, il Boscaiolo di Latta raccontò la seguente storia:
- lo sono figlio di un Boscaiolo, che abbatteva alberi nella foresta e rivendeva la legna per vivere.  Quando crebbi, anch'io divenni boscaiolo e, dopo la morte di mio padre, mi presi cura della mia vecchia mamma finché visse.  Poi decisi che piuttosto che vivere da solo, mi sarei sposato, per non soffrire di solitudine.
- C'era una ragazza Munchkin che era così bella, che m'innamorai di lei con tutto il cuore.  Ella, da parte sua, promise di sposarmi appena fossi riuscito a guadagnare abbastanza danaro per costruire una casa migliore; così mi misi a lavorare più duramente che mai.  Ma la ragazza viveva con una vecchia, che non voleva che sposasse nessuno, poiché era così pigra da pretendere che rimanesse con lei e le facesse da cuoca e da domestica.  Così la vecchia andò dalla Strega Malvagia dell'Est, e le promise due pecore e una mucca se avesse impedito il matrimonio.  Così la Strega Malvagia fece un incantesimo alla mia ascia, e un giorno, mentre stavo tagliando la legna con buona lena, poiché ero ansioso di avere una nuova casa e la moglie il più presto possibile, l'ascia, all'improvviso, scivolò e mi tagliò di netto la gamba sinistra.
- Dapprima, questa mi sembrò una grande disgrazia, poiché sapevo che un uomo con una gamba sola non può fare molto bene il Boscaiolo.  Così andai da un lattoniere e mi feci fare una nuova gamba di latta.  La gamba funzionò molto bene, una volta fatta l'abitudine.  Ma la mia trovata irritò La Strega Malvagia dell'Est, perché aveva promesso alla vecchia che non avrei sposato la bella Munchkin. Quando ricominciai a tagliare la legna, l'ascia scivolò di nuovo e mi tagliò via la gamba destra. Di nuovo mi recai dal lattoniere, e di nuovo mi fabbricò una gamba di latta. Dopo questo, l'ascia incantata mi tagliò le braccia una dopo l'altra; ma io, per nulla scoraggiato, le feci sostituire con braccia di latta.  La Strega Malvagia allora, fece scivolare l'ascia e mi tagliò la testa e, in un primo momento pensai che fosse la fine per me.  Ma il lattoniere si trovava per caso da quelle parti, così mi fece una nuova testa di latta.
Pensavo di aver battuto la Strega Malvagia, così mi misi al lavoro più alacremente che mai, ma poco sapevo di quanto fosse crudele la mia nemica.  Ella pensò a un nuovo modo di uccidere il mio amore per la fanciulla Munchkin, e fece scivolare di nuovo la mia ascia, in modo che tagliasse proprio a metà il mio corpo, dividendomi in due parti.  Una volta ancora il lattoniere venne in mio aiuto e mi fabbricò un corpo di latta, fissando ad esso le braccia, le gambe e la testa, per mezzo di giunture, affinché potessi muovermi bene come prima.  Ma, ahimè!  Ora non avevo più il cuore, così persi tutto il mio amore per la fanciulla Munchkin, e non m'interessava più sposarla.
- Il mio corpo brillava con tanto fulgore al sole, che me ne sentivo molto fiero, e ormai non m'importava se l'ascia mi sfuggiva, perché non poteva tagliarmi. C'era un solo pericolo: che le mie giunture arrugginissero.  Ma tenni un oliatore nella mia capanna ed ebbi cura di lubrificarmi ogni volta che ne avevo bisogno. Comunque, giunse un giorno in cui mi dimenticai di farlo e, sorpreso da un temporale, prima di rendermene conto, le mie giunture arrugginirono, ed io rimasi immobile nel bosco finché non arrivaste voi ad aiutarmi.  E' stata una prova terribile da superare, ma durante l'anno in cui rimasi lì, ebbi il tempo di comprendere che la perdita più grande che avevo subito era stata quella del cuore. Quando ero innamorato, ero l'uomo più felice del mondo, ma nessuno può amare chi non ha cuore, e così ho deciso di chiedere a Oz di darmene uno. Se lo farà, tornerò dalla fanciulla Munchkin e la sposerò.
Sia Dorothy che lo Spaventapasseri si erano dimostrati molto interessati alla storia del Boscaiolo di Latta, e ora sapevano perché fosse così ansioso di avere un nuovo cuore.
- Comunque, - disse lo Spaventapasseri, - chiederò un cervello invece di un cuore, poiché uno sciocco non saprebbe cosa farsene di un cuore, se ne avesse uno.
- Io cercherò di avere un cuore, - ripeté il Boscaiolo di Latta, - poiché il cervello non rende felici, e la felicità è la migliore cosa al mondo.
Dorothy non disse nulla, perché era incerta su quale dei due amici fosse nel giusto, e così decise che, se soltanto fosse potuta ritornare nel Kansas, dalla Zia Em, non le sarebbe importato poi molto che il Boscaiolo non avesse il cervello e lo Spaventapasseri il cuore, o che entrambi avessero ottenuto ciò che desideravano.


Tratto da "Il mago di Oz" di Lyman F. Baum