Il vecchio George "Dr. Ross" Clooney tra un bacio farlocco e l'altro alla Canalis trova il tempo pur di far queste superlative comparazioni. Per non lasciar nulla d'intentato ho chiuso per sempre con quell'abisso mangiatempo chiamato Facebook e ho trovato il coraggio d'affrontar la colonscopia.Tutto ebbe inizio con un occhio rosso, scambiato per congiuntivite, rivelatosi poi una perniciosa e cronica iridociclite. Due anni d'inferno mentre mio padre s'asciugava come un ciocco al sole. Papuzzo, dal mondo della verità, dov'è stato raggiunto subito da Mike Bongiorno, riderà di gusto.
Un occhio rosso e dolorante che è stata solo la premessa a un incubo: non esiste un protocollo univoco per l'iridociclite. Come sempre quando la medicina latita e sconosce l'eziologia va a tentoni, come fa Homer a ogni fusione del nocciolo. Ecco: l'ambarabaciccicò medico per un'infiammazione autoimmune dell'occhio passa inevitabilmente dal sacro orifizio. L'uomo scherza e ride sulla sua più o meno risibile mazza dall'alba dei tempi ma mai e poi mai accetterà di buon cuore la profanazione del suo prezioso pertugio.
E io perché dovrei costituire eccezione? Ho mangiato per due anni a regime anti-diarrea: pesce, poca carne, pochissimo caffè, niente frittura. Che già questo per un estimatore della cucina siciliana basterebbe per andare a cercare un ciuffo di cicuta e emular il buon vecchio zio Socrate. Così l'ultima estate di mio padre l'ho passata in quell'anticamera dell'inferno che è il policlinico universitario perché tutti i straquotati oculisti non hanno tempo per seguire una malattia economicamente irrilevante come l'iridociclite. In compenso, hanno un'abbondanza di specializzandi.
M'hanno sucato ettolitri di sangue, trovandomi le vene con la stessa mira d'una freccetta d'un irlandese ciucco nel giorno di San Patrizio, fatto un tampone laringeo con una cannula per trachetomia che nella florida sanità siciliana manco un'abassalingua avevano. Esame d'urina, vasetti che Piero Manzoni avrebbe apprezzato pronti per esser studiati e alla fine lei: la colonscopia. Che a leggere il foglietto d'istruzioni che devi firmare, un papello d'una dozzina di pagine di controindicazioni, pare pure una cosa "simpatica".
E venne finalmente il giorno della preparazione. Io che son metodico per natura e natali l'ho presa alla lontana, tre settimane che mangio in bianco sognando sfincioni, beveroni di caffe', tazzoni di latte e biscotti, caraffe di buon vino, lasagne, anelletti al forno... Insomma il pranzo quotidiano era diventato un triste presagio di sventura che mia madre per non farmi troppo soffrire domenica invece della teglia monodose di lasagne si presenta con mezz'orata. Che il pesce dovrebbe restare a tener compagnia a Nettuno, Sebastian e Ariel è una mia vecchia convinzione, intararata dopo aver pianto quando Nemo riabbraccia il padre. Se proprio deve essere pescato, il suo sacrificio dovrebbe essere celebrato in un tripudio d'olio bollente. L'orata - non poteva che essere femmina - vi giuro che mi guardava sbilenca, sorniona, sfottendomi: a lei le avevano infilato un amo in bocca, a me avrebbero dopo due notti cacciato un tubo su per l'intestino. Un tubo! L'incubo di Super Mario!
Stoicamente ho preparato il disgustoso beverone di Selg Esse. Avete presente il sapore che lascia un conato di vomito? Scusate, ma è l'unica similitudine possibile. Ah, e sa pure di mandarino. Che un giorno qualcuno dovrà pur spiegarci perché il mandarino dovrebbe rendere meno disgustoso 4 litri di sturabudella. Quattro litri! Che già bere un litro e mezzo di semplice acqua per espeller tossine è un'avventura. Sino all'una di notte sono stato in compagnia delle storie immaginarie di Superman a maledir quell'ignoto dottorino che mentre mi infilava un ago nel bulbo oculare per darmi il sollievo del cortisone mi diceva che la colonscopia è un semplice esame di routine...
Un esame di routine è abbassare la lingua per veder le tonsille, infilar l'otoscopio, sentir il canto del cuore ma bersi quattro litri in due sessioni da due ore cadenzate da quattro bicchieroni di viakal al mandarino non è umano.
E oggi eccomi alla clinica. Che dopo la morte prematura, ingiusta e traditrice di mio padre la mia fiducia nella sanità pubblica è scesa nella fossa della Marianne. Mentre m'ungevano il mio prezioso e intonso forellino ecco che vedo il tubo, della stessa famiglia di quello che uso per sgrasciare la macchina nelle domeniche in cui puntualmente poi piove.
Mi prendo giulivo quel po' di benedetta anestesia, non vacillo, vedo il mio povero intestino in un monitor panciuto con il sostegno d'un provvidenziale infermiere che mi fa denudare come se mi chiedesse se ho d'accendere. E finalmente l'incubo ha termine. L'esito? Una bella colite aspecifica. Figlia di questi due anni di stress. Superato anche questo scoglio mi riprendo la mia vita.
E qui trovate splendente e sincera tutte le verità sulla colonscopia.
1 commento:
"brivido, terrore, raccapriccio"
(ma non fa ridere come Cattivik)
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