Mi barcameno a inseguire progetti che scoppiano puntualmente. Nove anni fa sceglierei nuovamente filosofia? Resterei di nuovo qui? Andrei un'altra volta in Uruguay? Vedrei morire giorno dopo giorno mio padre senza riuscire a far nulla? Perderei l'ultima Sissis per una sola sessione di laurea? Dicono che s'impara dagli errori. Con la mia donna in esilio ai confini della Svizzera c'è fin troppo tempo per pensare alle cazzate compiute e a quelle da compiere. Dicono regione inclemente con chi ha un minimo d'aspirazione.
Aspirazioni che vedo ridimensionarsi quando decido di dedicarmi allo sport nazionale: la ricerca infruttuosa di lavoro. C'è una folta letteratura a riguardo. Che poi uno finisce a porgere coppola e cappello al primo che ti promette qualcosa. E così uno si ritrova - suo malgrado - a seguire vari circoli e cenacoli. Di gente che t'arruola sventolandoti la promessa d'un lavoro che mai si concretizza. 47 materie e l'unica cosa che posso fare è ricominciare. Giocando a ribasso con le proprie aspirazioni. Qui che si può fare? L'apprendista portiere notturno in un resort difficilmente raggiungibile dai mezzi pubblici, senza vitto e alloggio o lo stagista a vita. Cazzo, quanto mi manca campare scrivendo. Mi riusciva pure bene. E ora qui mi offrono 5 euro a pezzo, imbrigliando la libertà dell'ispirazione, scrivendo un raccontino a settimana sul fatto di cronaca. Leggo ancora Stephen King, dopo anni e anni di Steiner, Dostoevskij, D'Arrigo, Celan, Heidegger, Aristotele è un piacevole passatempo. Con la certezza di non essere unico imprigionato in questi tre anni che le statistiche annotano con una semplice dicitura: l'ottanta per cento trova lavoro a tre anni dalla laurea. No, s'accontenta di quel che capita. Se poi in questi tre anni ti cambia tutto il mondo accanto e puoi solo andare avanti a testa alta. Con le spalle ingobbite da troppe notti sui libri, a imparare a ricominciare.
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