Quando è nato un blog lo avevamo in cento, adesso siamo ancora in cento perché tutti gli altri sono passati ai socialcosi. Siamo quelli che scrivono più di 140 caratteri, e sembriamo una setta di massoni ottocenteschi: insomma, siamo diventati vintage in sei anni. (Sir Squonk, “And… we’re back! (PslA strikes again, 2009 version: “Hop Hop Hop”)
via Strelnik

Nostalgico vagavo alla ricerca dei vecchi link, gente di cui ignoravo facce e compleanno ma che leggevo spesso e volentieri, senza aggiornamenti in tempo reale. Gente che si metteva davanti al monitor per condividere sensazioni vitali e non l'ultima frignata in bilico sull'ultimo video di youtube.
Gente che aveva davvero qualcosa di buono e giusto da mettere da parte per fertili e future riletture. La stessa cosa la facevo pure io affettando la vita a paragrafi, sfumando indistintamente verso un nuovo giorno. Un trucco, un piacevole trucco, rielencare quanto m'era successo per dargli un senso. Esercizio vano e fruttuoso di cui ancora oggi sento un vivo, vero e vitale bisogno. Anche se molti hanno avuto gioco facile a scrollarmi di dosso speranze e aspirazioni, che son tutti bravi a dirti che non ne vale la pena di intrecciare sillabe da sottrarre all'oblio. Progrediscono lenti i giorni.
Dopo due lauree, settecento pezzi, cinquanta e passa racconti che si guadagnano sempre più carta in maniera del tutto indipendente, sono qui. I racconti? Che gioia era vederli stampati e letti. Nei giorni che ho trascorso a Livigno dalla mia bella, complice la neve (
Che ne sarà delle neve? Che ne sarà di noi?)
ho riguadagnato il vuoto, l'unica sensazione da cui è possibile - nuovamente - ripartire.
Che a far personali remake si corre il rischio di far la fine di quelli di X-files che era meglio lasciarli vivere nel ricordo piuttosto che rivederli in preda a teste trapiantate. Che si finisce sempre a girarsi per vedere da dove siamo partiti.
Ho letto metà dell'ultimo libro di Starnone,
Spavento (Einaudi, 20 €). Il bollino Siae rivela che il titolo doveva essere "Sangue occulto" che sarebbe stato un suicidio commerciale. Il libro t'avvolge e ti mette davanti a tutte le paure che abbiamo dentro le cellule, destinati a progressiva e inevitabile disgregazione dei tessuti. Inutile evitar pepe, peperoncino e grassi saturi. La morte t'aspetterà paziente. E ti farà pisciare sangue, fiotti rossi e densi. O ritrovarsi a rimirar nella tazza il proprio melema, sangue digerito, nero come la pece. Paure irrazionali, veder violati i propri orifizi per tentar d'arginare l'ineluttabile.
Aggirarsi per un racconto abbandonato è come passeggiare in una città bombardata. E' questo l'incipit dell'ultima parte del libro. Ecco. Tocca anche a me.